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日志


6月3日

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Prologo cap 1
 
 
" Ho bisogno di te. " La loro parola d'ordine.
"Ho bisogno di te"....
Solo poche parole ma aveva capito.
Mise giù il telefono e si preparò per uscire.
Roberto, il suo migliore amico, il compagno di mille avventure, il fratello che non aveva mai avuto, il confidente ed il complice di sempre l'aveva chiamata e come altre volte era pronta ad accorrere per calmarlo, per ascoltarlo ,per abbracciarlo e sostenerlo.
Mille volte lo aveva fatto e mille volte lui lo aveva fatto per lei. Da sempre.
Sorrise ripensando ai lunghi anni condivisi ,alla gioia di avere sempre accanto un amico da chiamare anche di notte anche in un altra città anche in un altro universo.
Erano sempre stati così uniti da quel giorno molti anni prima quando lei lo aveva difeso da un gruppetto di bulli e si erano ritrovati con un occhio nero e pieni di graffi ma perdinci avevano vinto su quei ragazzi più grandi che a scuola terrorizzavano chi come loro frequentava le classi inferiori!
Segreti e sogni. Aspirazioni e delusioni, sempre insieme! Ne era stata follemente innamorata  ma ora condividevano solamente quella forte amicizia che li teneva legati da più di vent'anni. Si era rassegnata al fatto che lui non avrebbe mai potuto amarla.
Lui alle sue alle sue nozze dove nessuno aveva capito perchè piangesse per tutta la cerimonia.
Lui che era partito subito dopo  ed era stato via per anni ma che le aveva scritto lettere lunghissime e cartoline dai luoghi lontani dove aveva vissuto, Lui che aveva visto in lacrime prendere una strada che  aveva spento ogni sua speranza in una vita insieme . Lui che dopo che era tornato tre anni prima era diventato buon amico anche di suo marito Francesco tanto che Francesco stesso aveva adottato quella rassegnata accettazione  da non fare domande quando lei usciva di notte  per raggiungerlo ovunque le chiedesse.
Ma cosa era successo?
E perchè quella voce ?
Lasciò un biglietto attaccato al frigo "Vado da Roberto,non aspettarmi" e si diresse verso la sua macchina.
La città era deserta a quell'ora . Le strade rese lucide dalla pioggia e le luci dei lampioni che si stemperavano in mille riflessi nelle pozzanghere.
La musica che proveniva dalla radio faceva da sottofondo ai suoi pensieri mentre una strana sensazione, un senso di ansia la pervadeva.
C'era qualcosa di diverso nella voce di Roberto, un grido muto, un appello sotterraneo che l'aveva scossa....ma anche questa volta ne era sicura sarebbe tutto finito in un abbraccio ed in mille risate e nei racconti interminabili di tutte le avventure condivise.
Si allontanò dal centro città dirigendosi verso l'abitazione sul mare del suo amico .
Le dune silenziose il riflesso della luna che spuntava dalle nuvole accompagnavano il suo viaggio.
Amava quel paesaggio e lo amava soprattutto nel silenzio e nel buio della notte...sorrise ripensando ai loro bagni notturni con i vestiti abbandonati sulla spiaggia con le corse a chi raggiungeva per primo il riflesso della luna nel mare......
Molte volte si era chiesta perchè non si era mai innamorato di lei ma poi capì che il  vero amore di Roberto era quello che l'aveva portato a vivere tra altre genti,tra quei bambini con la pelle scura e gli occhi grandi, in mezzo alla povertà alla malattia, alla mancanza dei beni primari per la sopravvivenza.
Perchè quella sintonia non fosse mai sfociata  in un rapporto d'amore era la domanda che si era posta mille volte  tanti anni  prima ,ma forse la bellezza del loro stare insieme era proprio in quel vedersi come compagni nell'accettare le scelte dell'altro anche se li avevano divisi per sempre..
Era arrivata . Nessuna luce  se non un tenue chiarore forse del caminetto acceso.
Sicuramente era seduto davanti al fuoco i suoi begli occhi azzurri a seguire  le fiamme giuzzanti una bottiglia di buon vino in fresco .
"Roberto?"
"Sono qui,entra"
"Ma perchè al buio?"
"Vieni  e siediti accanto a me...guarda che belle le scintille ed i giochi del fuoco nel caminetto.Versati un pò di vino ed vieni vicino a me."
Si avvicinò cauta e si ritrovò al suo fianco. Non avevano bisogno di parole bastava la vicinanza l'uno dell'altro e sicuramente quel nodo che gli provocava disagio o sofferenza si sarebbe sciolto.
Si versò del vino e ne versò un bicchiere anche a lui ed appoggiò la sua testa alla sua spalla...lo guardò di sottecchi e notò le profonde occhiaie e la barba incolta ed intuì che quello che lo stava turbando non era un problema momentaneo ma una grande inquietudine.
Gli parlò dolcemente raccontantodogli quegli episodi a volte un pò stupidi che le erano accaduti ultimamente. Gli   descrisse le sue colleghe ed il suo lavoro, e l'ultimo viaggio che aveva fatto a Londra per la casa editrice per la quale lavorava e degli ultimi autori che aveva scoperto.
Lo sentì lentamente rilassarsi ed anche ridere sommessamente e si animò di maggiore entusiasmo.
Ritornarono i ragazzi di sempre cominciarono a fare i loro giochi di parole e a scambiarsi quelle battute sciocche che li facevano ridere a crepapelle forse complice anche il calore del caminetto e quei bicchieri di buon vino fresco bevuti a stomaco vuoto.
 
Il buio della notte si stemperò nei dolci colori dell'alba.
Era passata la crisi.
"Devo andare ora Roberto"
Si alzarono in piedi insieme ed una leggera vertigine la fece barcollare.
Lui la sostenne per un attimo poi la fissò intensamente in quegli occhi nocciola, immensi, da cerbiatta.
La battuta che le stava salendo alle labbra si spense in uno sguardo attonito.....no Roberto...no
Lui si avvicinò lentamente a lei e guardandola negli occhi la abbracciò .
Dapprima dolcemente poi sempre più insitentemente premette la sua bocca su quella di lei che si schiuse lentamente mentre le loro lingue si univano in un bacio intenso lunghissimo appassionato,  il primo che si erano mai scambiati.
Durò una vita e quel bacio tanto inaspettato quanto desiderato le tolse il respiro.
"Va via ora ti prego,mi hai dato tutte le risposte, ora so cosa devo fare...."
Gli occhi le si riempirono di lacrime mentre correva via sconvolta.
Due giorni dopo mentre tornava a casa in auto una notizia della cronaca locale le fece gelare il sangue "Non si hanno ancora notizie di Padre Roberto Duncan  . I fedeli che come ogni mattina si recavano alla messa del parroco hanno trovato la chiesa chiusa e la casa sbarrata.Don Roberto  noto in città per le sue opere nelle missoini all'estero era tornato da tre anni occupandosi della piccola parrocchia di san Gabriele..........
 
 
 
 
La lettera cap2
 
 
Arianna cara
sei appena andata via ed ancora aleggia su di me il tuo profumo mentre sulle mie labbra sento ancora il tuo sapore.
E la tua passione , alla quale non sono più capace di resistere.
Era una prova Arianna, una prova che dovevo a a me stesso prima di prendere una decisione fondamentale per il mio futuro.
Parto Arianna, vado via.
Qui non c'è nulla a parte te che mi tenga legato.
Ogni giorno di questi tre anni ho sentito la mancanza dei miei ragazzi, del mio villaggio,di ciò che ormai sento essere diventato il mio mondo.
Ogni giorno di questi tre anni mi sono interrogato sulla forza della mia fede , inattacabile fin a poco tempo fa , vacillante da quando sono tornato, da quando ho visto cos'è la fede qui. Un dovere da svolgere la domenica mattina per mettersi a posto la coscienza subito dimenticando gli insegnamenti di Nostro Signore,   per non parlare di quanto succede tra noi religiosi!
Sono esausto Arianna ,qui non sento più la voce di Dio.
L'ho sentita intensamente nella foresta e nelle lande nelle quali ho vissuto, nell'acqua delle cascate e nella luna talmente vicina e limpida che sembra di poterla toccare!
L'ho sentita nel frinire delle cicale e nel sibilo dei serpenti nella boscaglia, nelle zanzare implacabili che mi hanno fatto ammalare gravemente e costretto a rientrare in patria, nei bambini che sono riuscito a salvare ed in quelli che sono morti tra le mie braccia, nella pioggia incessante e nel sole che brucia la pelle, nel freddo intenso della notte nell'Eucarestia celebrata su un altare all'aperto , nelle madri che pregano per la salvezza dei loro figli, nella morte che ci accompagna ad ogni passo in ogni giorno, nella vita che a volte vince sulla malattia e sulla mancanza di tutto.
La voce di Dio Arianna, limpida e diretta nei silenzi infiniti della notte.
Vado via per ritrovarla intatta e potente.
E poi ci sei tu, la mia amata  compagna di mille avventure.
La bambina coraggiosa che non si è tirata indietro per salvarmi da quei bulli che mi tormentavano da mesi. Eri più alta di me allora , algida ,furiosa ,con le trecce scomposte, i capelli che sfuggivano a inastri che li volevano costretti
i tuoi occhi enormi  il piglio deciso.
hai sempre avuto il fuoco della passione che ti divora!
Chi non ti avrebbe temuta?
Da allora siamo stati inseparabili ti ho vista crescere e sbocciare nella splendida donna che sei diventata: caparbia ,fiera ,decisa , generosa e dolcissima.
Ho presenziato e celebrato le tue nozze ed ho compreso la ragione delle tue lacrime come quelle incontenibili quando ho preso i voti.
Ma io non potevo amarti Arianna non come desideravi e meritavi.
Io ho votato la mia vita  a Dio ed alla Chiesa  senza dubbi,fino ad ora.
Fino a stasera, fino a quel bacio.
E' l'uomo e non il sacerdote che ti ha abbracciata, che ha dischiuso le tue labbra dolcissime che ha desiderato tenerti stretta e baciarti ed assaporare e conoscere e saggiare ogni centimentro della tua pelle fino a penetrare nella tua più intima essenza.
L'uomo Arianna, l'uomo che hai risvegliato in me e questo non è bene
ne' per te ne' per me.
Sono pieno di dubbi e di rimpianti non so più chi sono ne' chi voglio essere
so solo che vado via.
e soprattutto che ti porterò sempre nel cuore
con amore immenso
Tuo Roberto
 
 
 

Las Lajas cap3

" Continuano le violenze in Colombia. Preso d'assalto il Santuario di Nostra Signora

di Las Lajas.Le notizie arrivano frammentarie e non si conoscono i nomi delle vittime ne' se tra queste ci sono i nostri missionari molto attivi nella zona.L'ambasciata Italiana di Bogotà si sta muovendo presso il governo per ottenere notizie più dettagliate al riguardo...ma torniamo in Italia per commentare l'ultimo intervento del nostro Primo ministro.........."

Las Lajas....Las Lajas...perchè quel nome le risultava familiare?

"Roberto! "

Erano trascorsi molti mesi da quella lettera ed ancora quelle parole le bruciavano...l'aveva usata!!!!!

Per fare una prova!!!!!!Per saggiare la sua fede e prendere la decisione irrevocabile di andar via, per sempre!

L'aveva letta mille volte, bagnata con le sue lacrime amare di rabbia inespressa. Una prova, ma per lei quel bacio era stato il suggello al suo votarsi al suo unico amore.

Non permetteva più a Francesco di avvicinarsi a lei come marito da allora.

Sarebbe stato come contaminare quel flusso di amore e di emozioni che lui le aveva trasmesso. La sua vita era diventata un inferno da allora:discussioni infinite, litigi violenti che si erano trasformati in un silenzio pieno di recriminazioni.

Lo sguardo di Francesco dapprima  ferito si era trasformato in sguardi di odio ed infine, fortunatamente, di indifferenza. Non si parlavano quasi più, si evitavano quando erano insieme in casa, in un clima che la faceva impazzire.

Si era tuffata nel lavoro con caparbietà e disperazione, aveva accettato ogni trasferta pur di allontanarsi per qualche giorno da quella casa piena di infelicità, il tempio del suo fallimento.

Poi il nome di quella Chiesa....

Come una pazza rientrò in casa  e cominciò a cercare tra le vecchie lettere di Roberto quelle che le mandava con regolarità anni prima.Le aprì ad una ad una con mani tremanti cercava una foto, eccola!

"Mio Dio, mio Dio eccola: Santuario di Nostra Signora di Las Lajas, Ipiales"

Doveva andare lì e sapere. Non avrebbe avuto pace se non avesse saputo del suo destino. Ma come?

Dove?

Aveva solo quella foto ed il nome di quella chiesa maestosa costruita in una gola profonda, bianchissima, in contrasto con il verde intenso della foresta che l'vvolgeva, il ponte con le sue alte arcate per raggiungere l'entrata.

"Un luogo di pace" l'aveva definita "La mia oasi di preghiera e di raccoglimento dove ritrovare la mia anima.."

Cominciò a cercare notizie su internet: la chiesa, il paese, il modo di entrare in Colombia...

"Cosa stai facendo?" Francesco. Non lo aveva sentito rientrare. Sussultò colta in fallo e si girò con il viso ancora inondato di lacrime.

"Ancora lui, Roberto Roberto Roberto lo odio!! Ha rovinato la nostra vita! Ho vissuto con il fantasma di questo uomo perfetto che come un ombra ha offuscato tutto quello che abbiamo costruito insieme!

Mi hai voltato le spalle Arianna mi hai lasciato solo da mesi, non sai cosa faccio ne' cosa provo chiusa in te stessa con la testa piena di quell'uomo che è andato via ,VIA, lasciandoti qui senza notizie, se gli fosse importato qualcosa di te..."

Uno schiaffo sonoro gli chiuse la bocca, la guardò attonito.

"E' proprio finita Arianna sei senza speranze, resta qui e continua a distruggere la tua vita dietro un sogno da fanciulla romantica. Lui non ti ama e non ti amerà mai! Mai! Io vado via, ho accettato il trasferimento in Francia, ero venito a casa per parlarne con te, per chiederti di seguirmi e provare a ricominciare, ma vedo che è tutto inutile. Sei una pazza illusa. Ed io che speravo....Vai all'inferno Arianna quell'uomo sarà la tua rovina!

Un attimo e sentì sbattere la porta, era andato via per sempre. Appoggiò la fronte alle ginocchia e pianse tutte le sue lacrime.

 

Padre Augustin cap 4
 
 
Si svegliò di colpo, completamente a pezzi.
Infreddolita, la testa dolorante appoggiata al bracciolo del divano, il notebook, bollente,
ancora acceso, appoggiato sulle sue gambe.
Aveva cercato per tutta la notte notizie su Las Lajas, numeri di telefono dell' ambasciata di Colombia e del Ministero degli Esteri, voli aerei per raggiungere la zona e tutte quelle notizie che potevano aiutarla nella sua ricerca di Roberto.
Si alzò a fatica, dolorante e spossata si preparò una tazza di caffè fece una rapida doccia ed indossata una comoda tuta si accinse a fare le sue telefonate.
"Buenas Dias ,Embajada de Colombia....."
" Buongiorno, sono Arianna De Masi .
Vorrei parlare con qualcuno per avere notizie della situazione ad Ipiales, temo che un mio conoscente sia coinvolto nei...."
" Un momento prego"
Alcuni scatti e finalmente la linea libera.
"Pronto..."
"Si buongiorno, ho bisogno di notizie in merito alle persone coinvolte nei disordini di Ipiales, sa temo che sia coinvolto padre Roberto Duncan..."
"Mi scusi ma lei chi è, una parente?"
" No sono una sua amica......"
" Mi dispiace non siamo autorizzati a dare notizie ed informazioni a sconosciuti le auguro una buona giornata." Clik
"Pronto, ma come?"
Un buco nell'acqua e lo stesso anche all'unità di crisi del Ministero degli Esteri.
"Lei chi è scusi?"
Già, lei chi era?
Nessun legame ufficiale con quell'uomo che sentiva di amare tanto profondamente da essere disposta ad andare a cercarlo in capo al mondo. Con il desiderio di guardarlo negli occhi e di capire se il sentimento che la pervadeva così profondamente era lo stesso che lui provava per lei.
Sentiva che doveva cercarlo, una forza irresistibile non le permetteva, a dispetto di tutto, di lasciare le cose così.
Tutto questo unito al terrore che fosse troppo tardi e che gli fosse successo qualcosa di irreparabile.
"Roberto abbi cura di te. Fa attenzione, non correre inutili pericoli!"
Le era rimasta un'ultima possibilità: tornare alla Chiesa di San Gabriele!
Salì in auto e ripercorse il tragitto attraversando il suo paese fino a sbucare sulla strada che costeggiava il mare.
Era una splendida giornata di sole, la spiaggia lucente, il mare increspato da miriadi di piccole onde dalla cresta luminosa, il volo lento di alcuni gabbiani ed all'orizonte vele colorate che che si perdevano lentamente nel blu.
Era arrivata. La Chiesa era aperta e si diresse verso l'entrata. Un sacerdote stava sistemando dei fiori sull'altare, talmente preso dal suo compito che sussultò vistosamente quando Arianno gli sfiorò lievemente la spalla.
" Mi scusi mi chiamo Arianna e sono un'amica di padre Roberto. Volevo chiederle se ha qualche notizia di lui. Sono preoccupata perchè non riesco a rintracciarlo."
"Mi dispiace, sono qui da poco tempo e non ho notizie se non che è partito improvviamente e senza avvertire tanto che è stato sospeso dall'Ordine."
" La prego, può mettermi in contatto con qualcuno che può dirmi qualcosa? Le lascio il mio numero di telefono, può chiamarmi a qualsiasi ora, lei è la mia ultima speranza!!!! "
" Non so, provo a vedere cosa posso fare. Mi dispiace che padre Roberto sia stato sospeso so che fintanto non è sparito è stato un buon parroco ed un buon sacerdote, probabilmente il disegno divino tracciato per lui è lontano dalla via del sacerdozio....."
" Grazie, grazie , grazie mi aiuti lei , sono disperata e non so più a chi rivolgermi...allora aspetto notizie. Buongiorno , buongiorno...."
Lasciò la chiesa con un misto di speranza e di apprensione. La sua ultima possibilità per avere notizie....
Ritornò verso casa sovrappensiero e non rivolse nemmeno uno sguardo al suo amato mare.
....................
"Drin drin. Drin Driin. Drin drin."
Si svegliò di soprassalto. Le 23:47. Ma chi poteva essere?
"Pronto?"
"Buonasera sono padre Augustin confessore ed amico di Roberto.
Mi scusi per l'ora ma ho bisogno di parlarle di Roberto. So che lei è una sua buona amica e che mi posso fidare.
E' urgente. Sto per partire per la Colombia."
Il tempo di infilarsi una tuta e mettere  la macchinetta del caffè sul fuoco che suonò il citofono.
Padre Augustin. Tozzo, forte, canuto, la faccia abbronzata piena di solchi che denotavano una vita spesa all'aria aperta alla mercè degli elementi, mani forti, piglio deciso .
L'eta era indecifrabile sessanta sessantacinque anni forse.
Aveva uno sguardo diretto, franco, sereno.
la guardava attentamente e con dolcezza mentre ascoltava le sue parole accorate.
" Roberto mi ha parlato tanto di te Arianna e mi sembra di conoscerti da sempre.
Mi ha raccontato i suoi dubbi ed i sentimenti controversi nei tuoi confronti quei sentimenti che non erano più fraterni.
Ho intuito che stava meditando qualcosa ma non sono arrivato in tempo per fermarlo e farlo ragionare.
Vado ad Ipsiales, non abbiamo notizie dai nostri confratelli da più di una settimana.
Presumo che Roberto sia andato lì ma non ne ho la certezza.
parto tra due giorni"
" Mi porti con lei"
" No, la situazione può essere pericolosa e non c'è alcuna garanzia....."
" Mi porti con lei. Qui non ho più niente a trattenermi. Devo vederlo e parlargli, devo assicurarmi che stia bene....poi ....poi ritornerò a casa e forse ricomicerò a vivere.....forse."
" Arianna, non credo...."
" Se non mi porta con lei andrò da sola, niente e nessuno riuscirà a fermarmi. Ho deciso padre Augustin.
Io troverò Roberto ovunque egli sia!
La prego, mi porti con lei!"
Una lieve esitazione  qualche istante per riflettere.
" Bagaglio leggero, partiamo da Roma tra due giorni.
Lasciami il passaporto per i visti. Ci vediamo all'aereoporto alle 10."
Parlarono ancora per ore, alla notte si sostituì un alba rosa dai colori di cenere.
Stavano creando un legame di stima e di fiducia.
Avrebbero condiviso un lungo viaggio pieno di incognite e pericoli.
Il dado era stato tratto. 
 
 

Bogotà  cap5

" Gli eventi mi hanno portato lontano. La ruota della vita toglie tutte le speranze.

Come la pelle bruciata da sole, la mia anima ha bisogno di cambiare faccia.

Fammi credere , Arianna. Salvami! "

Si svegliò di soprassalto, il cuore impazzito, la fronte imperlata di sudore. Una lama di luce una stanza sconosciuta.

La voce di Roberto che le sussurrava quelle parole ermetiche, prive di significato. Cosa voleva dire? Girò lentamente lo sguardo, un senso di estraneità per il luogo dove aveva passato la notte: una stanza del Carlton Casa Dann di Bogotà.

Era arrivata il pomeriggio precedente dopo un lungo viaggio aereo con sosta a Madrid. Sdraiata nel letto ripercorse con il pensiero gli eventi che l'avevano portata fin lì... i giorni concitati che avevano preceduto la partenza, la corsa in taxi verso l'aereoporto di Fiumicino, il timore di non trovare padre Augustin ed il sollievo quando aveva scorto i suoi capelli bianchi accanto al banco dell'imbarco.

Durante il viaggio avevano sempre parlato, fatto supposizioni , organizzato; e poi la discesa verso la citta di Bogotà con i suoi alti grattacieli e le montagne verdissime che la circondavano.

La sera prima l'aveva lasciata all'albergo perchè aveva mille cose da fare e poi si sarebbe fermato presso i frati del Santuario di Monserrate. Dopo essersi rinfrescata era scesa nella hall per mangiare qualcosa e mentre era lì era stata attratta da una coppia seduta al bar.

'E' stata veramente  una bellissima vacanza'

'Si, peccato che non ci abbiano fatto entrare a Ipiales, ci tenevo tanto a visitare quelle chiesa..'

Ipiales! Non appena udì questa frase Arianna riemerse dal turbinio di pensieri che le stavano affollando la mente; si voltò di scatto verso la coppia che stava tranquillamente sorseggiando un drink.

'Siete Italiani?Siete stati ad Ipiales?'

'No, no purtroppo ci hanno fermato 50 km prima, pare che sia molto pericoloso perchè si dice che la città sia in mano alle FARC. Anche lei vorrebbe visitare il Santuario? Io ho solo visto delle foto è bellissimo'

Le rispose una signora bruna, con grandi occhi, abbronzatissima; il suo compagno aveva sottili occhi azzurri, la pelle chiara bruciata dal sole equatoriale.

'No, Si, cioè.. c'è un mio amico che vive in quel monastero, sto andando a cercarlo'

'Non credo che la faranno passare, la zona è completamente circondata, qua la situazione non è delle migliori, il paese è magnifico ma spostarsi è molto difficile, noi siamo qua da 15 giorni abbiamo visitato gran parte del paese ma la zona di Ipiales è proprio proibita, Domani ripartiamo per l'Italia, comunque io sono Annamaria'

'Piacere, Arianna'

'Giampiero, piacere; le auguriamo buona fortuna, che possa trovare il suo amico. Noi ora andiamo: domani la sveglia è molto presto, buonanotte e buona fortuna'.

'Buonanotte, grazie...'

Provò un poco di invidia vedendoli allontanare mano nella mano sorridenti come quindicenni innamorati.

E le avevano confermato le brutte notizie che circolavano sul paese e la Chiesa!

Rientrò nella sua camera con il cuore in tumulto e si era addormetata a fatica ancora frastornata.

Ma oggi era un nuovo giorno! Si alzò con calma poichè era ancora presto per l'appuntamento con padre Augustin. 

Speriamo che almeno lui potesse portarle buone notizie. Ancora sconvolta dal sogno si fece una doccia lunghissima e dopo aver indossato abiti e scarponcini comodi scese nella hall dove trovò padre Augutin ad attenderla, rasato di fresco ma con profonde rughe di preoccupazione che gli solcavano la fronte. Le sorrise appena la scorse.

"Buongiorno Arianna, riposato bene? Scusa se ti ho lasciato subito ieri sera ma dovevo cercare delle persone. Sto ancora aspettando notizie e probabilmente ho trovato un passaggio , ma fino ad oggi pomeriggio non saprò nulla. Dai ora rilassiamoci , ti porto a visitare Bogotà!"

Le porse il braccio con fare cerimonioso ed Arianna rise di cuore, per la prima volta serena dopo settimane.

" Sono pronta, andiamo alla conquista della città!"

Quanti contrasti!

Grttacieli moderni e natura selvaggia, polizia ed esercito schierati ad ogni angolo di strada e persone eleganti e bellissime che passeggiavano apparentemente incuranti dei pericoli che evocavano tutte quelle forze dell'ordine dispiegate.

Passeggiarono nei quartieri dei ricchi possidenti pieni di meravigliose ville di pietra, quasi antichi manieri circondati da giardini curatissimi e viali alberati.

Andarono a pregare nella Cattedral Primada in Plaza Bolivar la piazza con il Palazzo del Governo.

Fecero un autentico viaggio nel passato tra le strade del quartiere della Candelaria rimasto intatto dal '600 pieno di case coloratissime e bar e ristorantini allietati da bande variopinte che suonavano la Bamba.

Mangiarono ajiaco e tame e yuca ed envuelto de maiz innaffiandolo con litri di tinto, l'ottimo caffè lungo colombiano.

Padre Augustin era un cicerone magnifico, la incantava con la storia di quella città e con mille aneddoti relativi ai quartieri o alle chiese o alle piazze che attraversavano. Guardò con occhi pieni di meraviglia quella città nella quale si respirava un aria di grande benessere e ricchezza.

"Non fidarti delle apparenze Arianna. Qui non vedi accattoni e questuanti ma solo perchè sono tenuti lontani dalla polizia. Basta sbagliare strada e ti ritroveresti in quartieri pieni di baracche,  povertà e disperazione dove per pochi dollari non esiterebbero ad ucciderti.!"

Eppure con padre Augustin Arianna non aveva mai percepito alcun senso di pericolo e quella giornata serena, l'ultima forse per chissà quanto tempo, finì in un tramonto mozzafiato mentre si accendevano pian piano le luci della sera.

Tornò in albergo con una grande gioia nel cuore, per qualche ora aveva dimenticato tutti i suoi affanni e le sue preoccupazioni. Si salutarono con un abbraccio e la promessa di sentirsi non appena fossero arrivate notizie.

Si erano lasciati da meno di un'ora quando le passarono una telefonata:

"Arianna, partiamo stanotte; passo a prenderti tra due ore. Ho rimediato un passaggio aereo fino a Pasto, lì troveremo ad attenderci una jeep. Coraggio, si avvicina il momento di conoscere la verità. Mangia qualcosa e copriti bene perchè viaggeremo su un vecchio aereo militare freddo e scomodo."

Una pista buia, un Dakota malandato che sembrava un vecchio cimelio di guerra. La carlinga completamente svuotata dei sedili e stipata all'inverosimile di casse dal contenuto sospetto.

"Mio Dio, mio Dio"

Un sordo terrore le fece battere i denti, un freddo intenso la percorse da capo a piedi. Non avrebbe mai avuto il coraggio di salire su quel 'coso'.

"Coraggio" la voce di padre Augustin, "Sali serena, ho viaggiato molte volte con questo aereo, ci porterà sani e salvi a destinazione".

Lo stomaco contratto, le vibrazioni che la facevano tremare poi un rumore assordante e l'aereo cominciò a rollare e dolcemente decollò.

Le ore trascorsero velocemente mentre il buio più totale li circondava. Una pista illuminata da fuochi di segnalazione: erano arrivati

 

Tradimento cap6

Appena scesi notò dei fari che lampeggiavano ad intermittenza nella notte.
"Ecco la nostra guida Arianna, andiamo, comincia la parte più complicata del viaggio."
Li attendeva un uomo magro, con la pelle butterata ed i pochi capelli lunghi ed unti: Ramiro. Le strinse la mano con una stretta debole, molle, scivolosa; un brivido la percorse; a pelle sentì che non poteva fidarsi di quell'uomo dallo sguardo sfuggente, ma padre Augustin sembrava tranquillo per cui allontanò il suo malessere e salì sul sedile posteriore della jeep mentre attendeva che caricassero delle casse nel bagagliaio.
Qualche strattone e presero un sentiero dissestato, buio, pieno di buche. Ramiro guidava con sicurezza al fioco chiarore delle luci di posizione, sembrava conoscere a memoria ogni bivio, ogni curva, ogni buca. Erano entrati nella foresta:  percepiva le ombre incombenti degli alberi che fiancheggiavano la strada, l'odore intenso di foglie marcite, l'umidità soffocante nonostante l'ora e l'altitudine.
Viaggiarono in silenzio per molti kilometri e lentamente al buio più totale si sostituirono i contorni della giungla che li circondava mentre il cielo lentamente assumeva una colorazione grigia sempre più chiara.
Con l'aumentare della luce anche l'andatura della jeep diventava sempre più spedita e sentì nel rumore del motore e delle casse cigolanti padre Augustin e Ramiro che parlottavano fittamente:
"Rebelles, ejercito..... Ipiales". Solo poche frammentate parole arrivavano fino a lei.
"Arianna, viaggeremo ancora per diversi kilometri con la jeep, poi Ramiro ci guiderà attraverso la giungla per circoscrivere il cordone dell'esercito, saranno circa due giorni di marcia ma poi entreremo a Las Lajas. Sdraiati un po' sul sedile e cerca di riposare: ci attende una lunga marcia". Obbedì immediatamente, appoggiò la testa al suo zaino e seguendo con lo sguardo gli alberi rigogliosi che scorrevano dal finestrino lentamente scivolò nel sonno.
"Siamo arrivati!"
Si alzò di scatto e si guardò intorno. Una vecchia pompa di benzina, un edificio fatiscente che cadeva a pezzi, vecchi automezzi in disuso completamente arruginiti e pile di copertoni ammonticchiati. Un cane macilento vagava per quel cimitero di ferri vecchi mentre alcuni uomini con bandoliera e fucile imbracciato discutevano animatamente con Ramiro, probabilmente stavano trattando sul prezzo del materiale contenuto nelle casse, armi sicuramente, in cambio di denaro o di droga. Guardò senza curiosità e, dopo un cenno di assenso da parte di padre Augustin, si avviò verso una porta che doveva essere quella del bagno. Si guardo allo specchio, quel viaggio l'aveva distrutta, i suoi occhi erano circondati da un alone violaceo ed i capelli arruffati. Si sciacquò velocemente il viso e le mani, si ravviò i capelli e si diresse con padre Augustin verso quella che sembrava una taverna ed un bar; nonostante la sporcizia trovò il tinto delizioso e le ciambelle di mais gustose e croccanti. Rifocillata si concesse un sorriso:
"Ora va meglio Padre, ma quando partiamo?"
"Penso tra pochi minuti, Ramiro è quasi pronto.
"Mangia in abbondanza Arianna, e metti nello zaino quest'acqua e queste envueltas, ci sostenteranno durante gli spostamenti.

Arianna prese anche delle bustine di zucchero che infilò nelle tasche dei pantaloni,poi, attirata dallo sguardo di padre Augustin si girò verso l'entrata: l'uomo che stava con Ramiro li fissava intensamente e faceva gesti vistosi indicandoli.
Il sorriso viscido e sprezzante di Ramirò le gelò il sangue.
"Vamonos! Estamos en retraso!"
Con lo zaino in spalla, al centro tra i due uomini,cominciarono una lenta ascesa.
Non si vedeva nulla oltre la coltre fittissima di foglie verdi e rigogliose, rami bassi e spezzati percorsi da miriadi di formiche rosse enormi, grosse gocce che si fermavano per un istante sul fogliame per poi cadere giù come una pioggia sottile ed implacabile.
In pochi istanti fu inzuppata dalla testa ai piedi, i capelli appiccicati al collo, lo spiacevole prurito dato dagli innumerevoli insetti che le volteggiavano intorno pungendola in continuazione!
Vide fiori dai colori sgargianti e piante sconosciute e spesso sussultò qundo un sibilo sconosciuto sembrava arrivare da qualche ramo vicino.
L'odore era asfissiante, dolciastro, si sentiva soffocare ma strinse i denti e continuò a camminare mentre la sete le faceva ardere la gola.
" Pausa Arianna, ci fermiamo a rifollarci!". Finalmente! Aveva perso la cognizione del tempo, camminava come un automa un passo dopo l'altro, incurante di tutto. " Da qui in poi sarà tutto più semplice,tra poco lasceremo la giungla per cominciare a salire, farà meno caldo e queste zanzare fastidiose ci daranno un po' di tregua! Vieni cara, ho un pò di unguento che lenirà le punture sul tuo viso e le tue mani!". Si lasciò cadere esausta, aveva camminato per ore in stato di trance, la fatica, le zanzare, il sudore solo lontani echi nella sua mente. Grosse lacrime silenziose le scesero sulle guance mentre l'unguento le procurava un immediato sollievo.
Bevve avidamente lunghi sorsi di acqua ma rifiutò il cibo, il suo stomaco non lo avrebbe sopportato! Gli scarponcini le avevano procurato dolorose vesciche che medicò con dei cerotti mentre le cinghie dello zaino le avevano abraso la pelle delle spalle. Non emise un lamento e strinse i denti quando alla fine della pausa imbracciò lo zaino e si rimise le scarpe!
Lentamente la giungla lasciò il posto ad un sentiero di montagna, l'aria si fece più fresca e respirabile mentre il panorama si apriva su ampie valli verdeggianti e cime ancora innevate. Questo la rinfrancò e le permise di raggiungere abbastanza tranquillamente il luogo nel quale decisero di bivaccare per la notte. Vicino scorreva un ruscello e ne approfittò per rinfrescarsi e mettere i piedi martoriati nell'acqua gelida. Si sdraiò su un masso a pelo d'acqua con i piedi ciondolanti e guardò il cielo terso che si stava accendendo di stelle mentre una falce di Luna, vicinissima, stava sorgendo dalle montagne. Lo spettacolo era tamente intenso che si commosse ma fu distolta da una voce: Padre Augustin, poco distante da lei, stava pregando ad alta voce. Le braccia aperte, il viso rivolto verso il cielo era circondato da un 'aura di beatitudine e mentre lo osservava le parole di un Padre Nostro le salirono spontanee alle labbra.
Fu un momento indimenticabile, interrotto bruscamente dalla voce chioccia di Ramiro che li chiamava. Aveva acceso un piccolo fuoco e disposto le loro cose intorno. Avrebbero dormito all'addiaccio sotto una coltre di stelle! Consumarono una cena frugale a base di pane di mais e formaggio, deliziosa, parlottarono un pò poi crollarono esausti nei loro giacigli!
Arianna si svegliò con la precisa sensazione di essere osservata,aprì gli occhi di scatto ed incrociò lo sguardo di Ramiro che subito distolse i suoi occhi come colto in fallo! Si alzò alla ricerca di padre Augustin che stava tornando dal fiume. " Sei sveglia finalmente! Forza Arianna preparati. Se hai bisogno di un pò di privacy non preoccuparti, noi resteremo qui fino al tuo ritorno!" Adorava quell'uomo, aveva compreso le sue esigenze, prese sapone e spazzolino da denti un cambio e si diresse al fiume.Si guardò intorno ammirata seguendo con lo sguardo il volo di un uccello maestoso.Si spogliò e rabbrividendo si immerse nell'acqua gelida. Evitò di guardarsi i piedi martoriati e le spalle e con un sorriso si insaponò con cura lavandosi i capelli ed asciugandosi ai raggi del sole che divenivano sempre più caldi. Ripulita, cambiata ,riposata, si concesse una risata: in serata sarebbero arrivati a Las lajas ed avrebbe avuto notizie di Roberto!
Sentiva che lo avrebbe riabbracciato presto, sentiva forte la sua vicinanza e questo vigore le permise di affrontare la marcia nell'aria rarefatta.
" Guarda Arianna! Un condor! E' un incontro raro e gli abitanti del luogo lo considerano di buon auspicio!" Le prese una mano e la strinse forte, aveva compreso tutte le sue difficoltà " Sei coraggiosa Arianna. Non ti sei mai lamentata. Ti ammiro molto e sono felice che tu sia qui con me! Ora comprendo i sentimenti di Roberto. Solo una creatura come te avrebbe potuto distoglierlo dalla sua vocazione....."
Commossa Arianna gli gettò le braccia al collo e prese forza da quell'abbraccio paterno. Non avrebbe mai dimenticato quei momenti qualunque fosse stato il suo destino!
" Vamonos" la voce di Ramiro che li incitava a continuare, un ultimo sguardo al volo maestoso del condor ed il sentiero cominciò a curvare.
Ipiales, finalmente!
Passarono attraverso sentieri scoscesi, appena tracciati ,spesso nascondendosi nell'erba quando si sentivano delle voci o passavano dei mezzi militari.
Ma alla fine arrivarono ed ecco Las Lajas. Magnifica e bianchissima. I piani bassi incassati in una stretta valle, il sentiero che scendeva dal paese che si ricongiungeva ad un ponte dalle alte volte mentre il Santuario svettante di cupole e di loggioni sembrava una preghiera rivolta al Cielo!
Aspettarono il buio acquattati tra il fogliame , in silenzio, con i sensi all'erta.
Alle prime luci dell'alba si alzarono e si diressero verso la chiesa ancora illuminata da innumerevoli fuochi. Erano finalmente arrivati!
"Alto! Alto! Se paren! "
Una pattuglia di guerriglieri sbarrava loro la strada. Ramiro sorrise ed andò verso di loro e si leccò le labbra quando quello che sembrava il comandante gli passò un fascio di banconote. Li aveva venduti! Erano arrivati a pochi passi da Las Lajas e li aveva venduti!
"Maledetto, maledetto" Sibilò Arianna mentre un moto di rabbia cieca si impossessò di lei.
Qualcuno la spinse bruscamente da dietro con il calcio di un fucile facendola rotolare per terra
tra le risate degli uomini. Un uomo andò verso di lei accarezzandole il viso e facendo scorrere la sua mano verso il suo seno.
"No!" Padre Augustin si avventò sull'uomo e tutto prese ad andare a rallentatore.
Uno sparo e lo sguardo attonito di padre Augustin che si portava le mani al ventre e le allontanava lorde di sangue, un altro sparo assordante e la testa che schizzava violentemente all' indietro mentre Arianna si sentì gridare e sommergere il viso e le mani di un liquido caldo e viscoso, poi un miriade di puntini gialli luminosi e poi solo buio ....buio...buio

 

6月2日

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La morte e la vita cap7

"Desperte!!! Desperte!!!! "

Due sonori schiaffoni la riportarono alla realtà. Era sdraiata nell'erba, la faccia barbuta del capo dei guerriglieri a due centimentri dalla sua. Si alzò lentamente, la testa che ancora girava, il corpo di padre Augustin a due passi da lei, gli occhi attoniti rivolti ad un cielo azzurrissimo che non avrebbero più potuto vedere, un lago di sangue che scorreva sotto di lui.

Un colpo secco lo aveva colpito in piena fronte. "Padre Augustin..." si lanciò su di lui abbracciandolo scossa da singhiozzi disperati.

"Vamonos!" la presero per le ascelle e la trascinarano via, solo il tempo di posargli un bacio lieve su quegli occhi sbarrati, sollecitata a camminare con colpi secchi inferti nei fianchi con il calcio del fucile. Le tremavano le gambe, aveva le mani ed il viso imbrattati di sangue e la dolorosa sicurezza che non sarebbe uscita viva da quell'avventura "Perchè, perchè non hanno ucciso anche me? Oh padre Augustin perdonami, perdonami, perdonami....". L'ennesimo colpo dolorisissimo e drizzò le spalle, prese un andatura più spedita e rivolto un ultimo sguardo a Las Lajas sulla sua sinistra si giurò che non si sarebbe lasciata andare alla disperazione, che avrebbe lottato fino all'ultimo respiro per sopravvivere e portare a termine la sua missione, che il sacrificio di padre Augustin non sarebbe stato vano! " Ce la farò, lo giuro su Dio e sugli uomini che ce la farò!" Si sentì pervadere da una grande calma e da una forza immani e cominciò a studiare il gruppo di uomini che la stavano portando via: erano in cinque, quello che sembrava il capo avanzava in cima al gruppo con il fucile imbracciato e lo sguardo torvo, lo seguivano due uomini che parlottavano fittamente e che continuavano a girarsi per guardarla, dietro di lei l'assassino di padre Augustin e, ad una decina di passi un ragazzo, poco più che adolescente che copriva loro le spalle. Aveva lo sguardo triste, quasi spaventato, forse era ancora sensibile a tutto quel dolore, alla morte inferta senza pietà, al sangue innocente versato, alla bieca violenza. Una volta che i loro sguardi si erano incrociati le aveva accennato un timido sorriso ed era arrossito violentemente.

Camminarono per ore inoltrandosi nel fitto della giungla, attraversarono torrenti ai quali si abbeverarono, marciarono sotto una pioggia bollente che offuscava la vista mentre il sentiero si trasformava in un fiume di fango. Era sfinita, voleva fare la pipì, le dolevano i piedi e le tempie le martellavano incessantemente ma continuò tenendo il passo di quegli uomini abituati a marciare per giorni.

Alla pioggia si sostituì presto un sole implacabile poi finalmente il tramonto.

"Paramos aqui", si accasciò esausta, ancora un passo e sarebbe crollata.

Con un cenno le permisero di allontanarsi un po' tenuta sotto costante vigilanza dal ragazzo che discretamente distolse lo sguardo, poi tornata nel gruppo le passarono un paio di gallette ed una fiaschetta contenente una bevanda alcolica che rifiutò sdegnosamente. Le legarono le mani e finalmente potè sdraiarsi e cadere in un sonno pesantissimo.

" Arianna non temere. Questa è solo una prova, se crederai fermamente, se non esiterai, raggiungerai il tuo obiettivo...io ti sarò vicino, ti guiderò. Segui il condor Arianna, quando sarà il momento segui il condor!". Si svegliò di soprassalto,il fuoco del bivacco ormai spento, chiuse gli occhi riassaporando ancora una volta le parole del suo sogno, Padre Augustin era con lei, lo sentiva, l'avrebbe sostenuta e guidata. Si guardò intorno: sentì gli uomini russare rumorosamente, la fiaschetta completamente svuotata, non riuscì a distinguerne i tratti ma ne contò solo quattro, uno probabilmente era di guardia poco distante, si riaccoccolò in posizione fetale e si riaddormentò di colpo. La mattina dopo ripresero la marcia alle prime luci dell'alba ma questa volta le tennero le mani legate; i polsi le dolevano ed in alcuni tratti faceva fatica a tenersi in equilibrio.

Non le diedero nulla da mangiare ma per fortuna aveva trovato intatta un'unica bustina di zucchero che aveva ancora nelle tasche dei pantaloni. Dopo diverse ore di marcia passarono per un villaggio, le persone tutte fuori dalle loro misere capanne ad osservare silenziosi quella strana carovana. Si diressero spediti verso un vecchio, probabilmente il capo della comunità e poco dopo fu portato loro del cibo: frutta fresca, ciambelline di mais ed acqua freschissima. Mangiò avidamente fin quasi a star male mentre alcuni bambini le toccavano timidamente i capelli. Una donna le porse una ciotola con un liquido verde dall'odore intenso invitandola con un cenno del capo a bere, la sorseggiò:era nauseante poi chiudendo gli occhi la buttò giù senza riprendere fiato, era orribile e disgustosa ma immendiatamente si sentì pervasa da un senso di benessere e di grande euforia e

quando si avvicinò a riprendere la ciotola la donna le fece scivolare nella tasca un coltellino poi si allontanò silenziosa. Erano pronti per ripartire.

Anche quella notte gli uomini cominciarono a bere e due di loro indicandola cominciarono a litigare furiosamente. Erano ubriachi e cominciarono a lottare incitati dagli altri che avevano fatto cerchio intorno a loro.

La preda del vincitore sarebbe stata lei, non aveva dubbi! La lotta si faceva sempre più violenta mentre urla di incitazione salivano dagli spettatori e nessuno badava a lei. Lentamente cominciò ad indietreggiare verso la macchia, il cuore batteva talmenete forte che temeva lo avrebbero sentito, ancora qualche passo ed arrivò alla prima macchia di alberi, un ultimo sguardo, nessuno di era accorto che si era allontanata,e cominciò a correre all'impazzata mentre i rami la ghermivano come mani scheletriche che le strappavano gli abiti e lembi di pelle, più volte inciampò e cadde ma non si fermò mai,correva come una cieca senza vedere nulla, unica spinta l'istinto di sopravvivenza. Ad un certo punto sentì degli spari e delle urla rabbiose: si erano accorti della sua fuga! Ma aveva un certo vantaggio ed il buio della notte era di ostacolo per lei quanto per loro!

Nella sua folle corsa arrivò fino ad uno spuntone di roccia a picco sul fiume, il sentiero finiva lì e se fosse tornata indietro sarebbe finita tra le braccia dei suoi inseguitori. Un'ultima esitazione, il timore di rocce affioranti, l'inevitabilità della scelta: chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto, l'acqua gelida l'avvolse mentre come in un' esplosione tutta l'aria usciva dai suoi polmoni, nessuna roccia! Cominciò a battere i piedi freneticamente e raggiunse la superficie emergendo con urlo liberatorio, finalmente poteva respirare!

La corrente la stava trascinando via, era impedita dalle mani ancora legate, poteva solo lasciarsi andare. Incappò in un grosso ramo al quale appoggiò le braccia e la testa, alcune esplosioni nell'acqua poco distante ma si stava inesorabilmente allontanando, era salva!

Si lasciò trascinare dalla corrente, perse la cognizione del tempo e dello spazio circondata da un buio fittissimo.

Pian piano un'alba rosa cominciò a disegnare i contorni delle cose, vide la riva alla sua destra e battendo i piedi cercò faticosamente di raggiungere un approdo.

Lottò a lungo contro la corrente che la spingeva verso il centro del fiume ma infine riuscì ad issarsi fuori dall'acqua.

Si accasciò nell'erba umida scrutando guardinga tutto intorno: non si vedeva nessuno. Appena riprese fiato cercò il coltellino nella sua tasca pregando di non averlo smarrito durante la sua fuga, era ancora lì! Con fatica tenendolo fermo tra i piedi cominciò a tagliare le corde che le avevano inciso profondamente i polsi mentre grosse gocce di sudore scendevano dalle sue tempie, aveva fame e sete ed un desiderio infinito di allargare le braccia! La manovra richiese un tempo interminabile ma infine la corda si sfilacciò e potè liberarsi.

Pianse di sollievo poi quatta si allontanò dalla riva cercando però di seguire sempre il fiume sperando di incontrare un' imbarcazione o un villaggio.

Vagò per giorni incurante delle numerose ferite che si era procurata nella fuga, mangiò vermi grassi e ributtanti che trovò sotto i rami sapendo che le avrebbero dato una bella dose di proteine, scoprì che il suo desiderio di sopravvivenza superava la paura, il dolore, il ribrezzo. Non incontrò nessun animale pericoloso e questo le fece sentire fortemente la protezione di padre Augustin, dormì sugli alberi o in qualche anfratto nascosto. Le forze cominciavano a mancarle e le ferite si erano infettate procurandole una febbre che la debilitava. Aveva fatto il possibile ma sarebbe morta lì, sola, sperduta nella giungla, si sdraiò, lo sguardo rivolto al cielo, sarebbe stato dolce morire così...

" Addio Roberto, mio unico e solo amore, non ce l'ho fatta ,perdonami, ed anche tu padre Augustin, ho fallito, ti raggiungerò presto....." Gli occhi le si stavano chiudendo quando nel cielo apparve un'ombra: un condor gigantesco volteggiava su di lei. " Segui il condor, Arianna!" la voce di padre Augustin. Con uno sforzo immane si mise a sedere poi in piedi, no, fintanto avesse avuto anche una sola stilla di vita e la forza di respirare non si sarebbe arresa!

Seguì il volteggiare di quella splendida creatura e si diresse verso l'interno.

Ogni volta che le forze stavano per mancarle alzava gli occhi al cielo ed il condor era lì.

Delirava e le fecero compagnia in quella marcia molte delle persone del suo passato: i suoi genitori, la sua adorata nonna e soprattutto Roberto che le accarezzava piano la fronte e la incitava a camminare ancora ed ancora.

Un filo di fumo, il condor che dopo un ultimo volteggio sparì dietro le montagne ed alla sua vista si stagliarano alcune capanne. Fece gli ultimi passi quasi di corsa barcollando e sotto gli sguardi attoniti di donne e bambini cadde tra le braccia di un uomo anziano che le veniva incontro.

Roberto

cap8

La vede entrare nella sua capanna illuminata dalla luna.

Un abitino di seta blu che le fascia il corpo snello, i piedi scalzi. Ripete il suo nome con voce dolce e gli sorride. Poi lentamente lascia cadere le spalline, il vestito le scivola giù e rimane nuda, lì davanti ai suoi occhi attoniti, la sua pelle morbida illuminata dal chiarore tenue di una candela.

La guarda con ammirazione, i suoi occhi grandi pieni di amore e di promesse, le sue labbra morbide di cui ricorda la consistenza ed il sapore, le clavicole ben disegnate, la dolce curva delle spalle, i seni generosi, la vita sottile, i fianchi morbidi.

Avanza lentamente quasi danzando, si sdraia accanto a lui e chiude gli occhi, offrendosi, dolce ed arrendevole in attesa che la faccia sua....

"Arianna, vita mia!"

Si svegliò madido di sudore, il cuore impazzito, la pelle tesa in quel desiderio irrealizzabile.

Sarebbe stato così bello accarezzarsi sognando che quelle mani fossero quelle di lei....

Si alzò di scatto, sconvolto, quel sogno lo tormentava da molte notti.

Da quando era partito, anzi fuggito dall'Italia.

Ripercorse ogni istante di quel lungo viaggio verso la Colombia.

Il seggiolino scomodo dell'aereo che lo portava via, i sensi sconvolti, la morte nel cuore, una nostalgia che diventava sempre più dolorosa man mano che si allontanava da lei, le mani tremanti con le quali aveva scritto quella lettera.

Non avevano futuro. Provava una rabbia sorda per quell'amore impossibile e senza fine che permeava ogni fibra del suo corpo, per tutto quel dolore. Quanto amore sprecato!

L'unica soluzione era andare via, il più lontano possibile da lei.

Era atterrato a Bogotà poi con un volo interno era arrivato ad Ipiales e dopo una breve sosta si era messo in marcia per raggiungere la sua missione nella giungla, il luogo dove aveva trascorso già molti anni, dai suoi bambini sorridenti che erano stati felici di rivederlo.

Erano ricominciate le sue battaglie giornaliere contro le malattie, la fame, le innumerevoli ferite inferte da quell'ambiente bellissimo ed ostile dove non era facile sopravvivere!

Di giorno si ammazzava di lavoro ma appena si fermava il fantasma di Arianna riappariva.

La vedeva negli occhi sgranati di una bambina, nel sorriso dolce di una madre, nel tramonto dorato e nell'arcobaleno fulgente che attraversava come un arco l'intera volta del cielo.

Arianna ed i suoi lunghi capelli che raccoglieva con un mollettone, Arianna che si mordeva le labbra quando era concentrata, le sue piccole mani dalle dita sottili, il suo modo di ridere chiudendo gli occhi e rovescianado la testa all'indietro, la sua catenina sottile con l'angioletto dalle ali brillanti, ricordo della sua amata nonna, i suoi enormi occhi da cerbiatto pieni di lacrime quando l'aveva respinta dopo quel lungo bacio che gli aveva rubato l'anima.

L'aveva sentita tremare e poi lentamente arrendersi quando le aveva cinto i fianchi.

Perchè si era fermato quando il suo più grande desiderio era quello di fondersi a lei?

Gli era rimasto addosso il suo profumo, l'odore dei suoi capelli, il sapore dolcissimo della sua bocca.

Un'ondata di desiderio lo riassalì, voleva accarezzare quella pelle morbida ed ambrata, voleva stringere il suo seno tra le sue mani, voleva accarezzarle le spalle e baciarla nella fossetta tra le sue clavicole lì sotto la sua gola.

Stava impazzendo.

A volte gli sembrava di sentirla così vicina, a volte gli sembrava che lo stesse chiamando in aiuto.

Camminava nella sua capanna in preda ad una grande inquietudine, affranto si infilò un paio di calzoncini e si diresse verso il suo luogo segreto.

Era considerato un luogo magico dagli abitanti del luogo, un luogo pieno di spiriti e nessuno si sarebbe avvicinato tantomeno di notte.

Era una pozza d'acqua limpidissima e fresca illuminata da una luna d'argento, c'era una roccia piatta appena affiorante dalle acque dove lasciò i suoi abiti e poco lontano una cascatella gorgogliante con le rocce coperte di licheni e di orchidee rampicanti.

Era talmente bello e per l'ennesima volta restò senza fiato.

Come sarebbe stato bello mostrarlo ad Arianna!

Si immerse nell'acqua e nuotò fino alla cascata riempiendosi il viso di spuzzi nebulizzati ed i polmoni dell'intenso profumo delle orchidee, il corpo finalmente rilassato.

Restò immerso a lungo e risalito sulla roccia cominciò a pregare ma senza riuscire ad allontanare quella struggente malinconia.

" Arianna, mio unico e grande amore, ovunque tu sia ti mando i miei pensieri e con essi il mio cuore che trabocca d'amore...Dio onnipotente ti prego dammi un po' di pace....."

Si alzò e con il viso rivolto al cielo urlò un nome con tutto il fiato che aveva in corpo: "Arianna!"

IL DOLORE E LA GUARIGIONE

cap 9

Riapriva gli occhi a tratti per brevi attimi di lucidità del tutto inconsapevole o immemore del luogo nel quale si trovava, una sete implacabile che le ardeva la gola, il passaggio repentino da stati di freddo intenso nei quali batteva i denti ad altri di caldo insopportabile nei quali buttavia via le coperte.

Le dolevano un braccio ed una gamba di un dolore martellante che la faceva impazzire mentre riconosceva i volti delle persone che che si erano alternate al suo capezzale: una donna dalle mani delicate che le dava da bere e le metteva pezze bagnate sulla fronte, un ragazzo che si limitava a guardarla da lontano ed un vecchio che le applicava degli strani intrugli sulle ferite dopo averle pulite, procurandole dolori lancinanti come se le stessero scavando nella carne!

Le sembrava fosse sempre buio ma nel suo sonno delirante non aveva alcun riferimento temporale.

Incubi terribili pieni di sangue, colpi di fucile, urla animalesche e corse nel buio con i piedi nudi e le mani legate si alternavano alla sensazione dolcissima di lasciarsi trascinare dalla placida corrente di un fiume. E poi padre Augustin che l'abbracciava, Roberto che che la baciava con passione ed il volo maestoso di un condor che le permetteva di salirle in groppa ed andare sempre più in alto, con l'aria che le sferzava il viso ed i capelli svolazzanti e con la Terra sempre più lontana che diventava un'enorme tavolozza piena di colori.

"Sta delirando, la febbre non scende e le ferite sono infettate, dobbiamo incidere fino a far affiorare il sangue pulito altrimenti questa donna morirà. Prendi delle pezze bollenti e tanta acqua Dolores, e tu Juanito tienila ferma."

Una stilettata che le arrivò fino al cervello esplodendo in mille luci gialle, un calore insopportabile, un odore nauseante. Urlò con tutte le sue forze e ricadde in un sonno senza sogni.

Aprì gli occhi e vide un ragazzino che dormiva accanto al suo giaciglio, fuori si sentiva il cinguettio di qualche uccello sconosciuto mentre una lama di luce penetrava attraverso le fessure della porta.

Cercò di mettersi a sedere ma ricadde pesantemente in preda ad una grande nausea e senso di debolezza. " Si è svegliata, si è svegliata!"

Il ragazzo corse fuori saltando su come una scheggia. Immediatamente entrarono la donna ed il vecchio che si erano presi cura di lei. Il vecchio con fare sicuro le tolse le fasce dal braccio e dalla gamba e dopo un attento controllo finalmente sorrise.

"Como estas? Da dove vieni? Cosa ti è successo? E qual'è il tuo nome?"

"Mi chiamo Arianna e vengo da Ipiales, sono italiana, ma dove mi trovo?

Sto cercando la missione di padre Roberto, un prete italiano, lo conoscete?"

Si guardarono per un attimo e scossero la testa in senso di diniego riempiendola di delusione, aveva quasi sperato in un miracolo, l'ennesimo, considerato il modo nel quale si era salvata ed era errivata fin lì. Ma si fece forza e sorrise a quelle persone che le avevavo salvato la vita curandola con dedizione ed amore. L'aiutarono a tirarsi su e quello che vide le strappò un singulto: le sue gambe erano scheletriche e la gamba sinistra aveva una ferita amplissima, gonfia, dalla quale fuoriusciva un siero arancione. Era piena di graffi su tutte le braccia e le gambe, si toccò il viso e sentì solo le ossa affioranti sotto la pelle mentre i suoi capelli erano un groviglio informe. Raccontò per sommi capi la sua storia poi dopo averle medicato le ferite, il vecchio parlottò con la donna e trascinato fuori il ragazzo lasciò le due donne da sole.

"Mi chiamo Dolores, non preoccuparti, guarirai e le ferite non ti lasceranno segni, Don Juan è un grande guaritore, starai bene vedrai, gli spiriti maligni della febbre sono andati via, ora rilassati, penserò io a te."

Le tolse la tunica e dolcemente la lavò con un acqua profumata piena di boccioli di fiori. Evitando le ferite la rinfrescò con delicatezza. Era come una dolce carezza ed Arianna pur sorridendo di gioia e di riconoscenza non potè fare a meno di commuoversi profondamente.

Piano Dolores le pettinò i capelli e con orrore vide intere ciocche di capelli restare attaccate al pettine, ma era viva perdiana e si sarebbe messa in sesto in poco tempo!

Rinfrescata, cambiata, si adagiò nel giaciglio non prima di aver accarezzato il viso di Dolores e, presa la sua mano come un ancora di salvezza, si addormentò finalmente serena, riposando senza incubi.

Con forza e coraggio e con l'aiuto di quelle splendide persone un giorno dopo l'altro Arianna riacquistò le forze e presto, zoppicando, uscì dalla capanna. La luce del sole le ferì gli occhi ma alzò il viso per riceverne il caldo bacio.

Le ferite stavano guarendo e non lasciavano segni e piano riprese anche un po' di peso. Appena si sentì meglio cominciò a gironzolare per il villaggio accompagnata dal fedele Juanito che la seguiva come un ombra indicandole i nomi dei fiori e delle piante meravigliose che incontravano nelle loro escursioni. Stava imparando i nomi degli abitanti di quella minuscola comunità che quando la incontravano la invitavano nelle loro capanne dividendo tutto quello che avevano, pochissimo, con lei, con una generosità che mai aveva incontrato prima. Andava al fiume con le donne e restava incantata dai loro canti e dalle risate quando una di loro faceva una battuta che non sempre riusciva a capire!

C'erano giorni nei quali si recavano tutte al fiume e nude si lavavano ridendo e spruzzandosi ed aiutandosi a pettinarsi i capelli.

Don Juan era un capo giusto e la gente del villaggio si rivolgeva a lui per dirimere ogni controversia e spesso la sera si riunivano tutti intorno al fuoco a raccontarsi storie di di eroi e di spiriti di quella terra selvaggia, di antiche leggende e di prove insuperabili.

Sarebbe stato il Paradiso, il luogo perfetto dove restare per sempre. Eppure, sempre più spesso, le arrivava come una stilettata il pensiero che presto sarebbe dovuta partire. Il suo viaggio era finito, e se Dio avesse voluto, sarebbe ritornata a casa, senza aver trovato Roberto.

Roberto, pensava spessissimo a lui: il volo di un uccello maestoso nel cielo turchese, un tramonto mozzafiato, la pioggia scrosciante, una preghiera intorno al falò, tutto la riportava a lui. Sentiva nel profondo del suo cuore che era vivo, forse vicino, ma cosa poteva ormai fare?

Già chiedere a quelle splendide persone di aiutarla a tornare a casa le sembrava una richiesta enorme!

"Ariana, Ariana, vieni con me, ti porto in un posto meraviglioso dove andare a pescare!" la voce di Juanito la strappò ai suoi pensieri, quel ragazzino aveva l'argento vivo addosso e la coinvolgeva in ogni sua attività, spesso la madre doveva rimbrottarlo per lasciarla andare almeno per un po'!

Si era profondamente affezionata a quella famiglia, Don Juan posato e saggio, sua figlia Dolores coraggiosa e dolcissima e Juanito il suo fratellino d'adozione!

La prese per mano e dopo un lungo cammino verso la sommità del monte che dominava il villaggio, arrivarono ad una pozza d'acqua verde, piena di piante acquatiche e di rampicanti e, armati con una canna rudimentale, trascorsero ore serene concentrati nel compito di procurarsi la cena e Juanito trionfante riusci a far abboccare due enormi pesci!

Le capitava in occasioni così, circondata di silenzio e di bellezza, di lasciarsi sopraffare da una profonda e dolorosa malinconia data dalla consapevolezza che tutto questo non sarebbe durato ancora per molto e che senza di loro si sarebbe sempre sentita sola.

Tornarono al villaggo ridendo e scherzando e si resero subito conto di una strana atmosfera che vi aleggiava. "Sono arrivati degli stranieri!" Un tuffo al cuore: i guerriglieri l'avevano scovata?

"Ariana, vieni!" la voce di Don Juan. Entrò nella capanna e vi trovò un gruppetto di uomini dalla pelle bruciata dal sole.

"Questa è Ariana, sai cara ho parlato di te a questi uomini e sono disposti a portarti con loro fino a Ipiales, la situazione ora è tranquilla e ti lasceranno a Las Lajas, partirete tra un paio di giorni. Ed ora accogliamo degnamente questi graditi ospiti, stasera canteremo intorno al fuoco!"

Nonostante le parole gli occhi di Don Juan erano tristi e luccicavano, anche lui si era affezionato a quella creatura dal sorriso dolce e dal coraggio incredibile. Era rimasto affascianato dal suo racconto e dalla storia del condor, ma era giusto che Arianna tornasse al suo mondo, tra i suoi cari, al suo lavoro, gli sarebbe mancata questo si ma avrebbe raccontato la sua storia davanti al fuoco negli anni a venire: "Ariana" ed il condor che l'aveva portata lì.

I due giorni trascorsero anche troppo velocemente e fu il momento degli addii.

Salutò singhiozzando Dolores che amava come una sorella ed una madre, si sfilò la sua catenina con l'angioletto e gliela cinse al collo, abbracciò Juanito che le regalò una ghirlanda fatta con le sue orchidee preferite e si inchinò davanti a Don Juan che le mise al collo un sacchetto con delle pietre magiche che l'avrebbero protetta nel suo viaggio e nella vita futura che la stava attendendo. Tutti gli abitanti del villaggio si erano riuniti per salutarla e non avrebbe dimenticato mai più i loro volti ed i loro nomi, ne avrebbe serbato un ricordo pieno di dolcezza e di amore.

Si accodò al gruppo girandosi in continuazione mentre le figure man mano perdevano i loro contorni.

Una curva del sentiero ed il villaggio fu inghiottito dal verde della giungla.

 

Di nuovo in viaggio cap10

Nel suo cuore una grande pena ed il desiderio di lasciare quella carovana e tornare da coloro che l'avevano curata ed amata senza aspettarsi nulla in cambio, accettandola per quello che era senza fare domande sul suo passato, in un certo senso "Ariana" era nata lì e per loro non servivano giustificazioni o spiegazioni.

Quante persone erano entrate nella sua vita in quegli ultimi tempi e ne erano uscite lasciando un vuoto incolmabile: padre Augustin, sereno ed indomito che la aveva accolta come una figlia ed era morto nel tentativo di proteggerla, Dolores dagli occhi grandi e le mani delicate, madre e sorella, don Juan un capo saggio che si era preso cura di lei guarendole le ferite del corpo e dell'anima, infine Juanito dalla risata argentina e dalle mille sorprese.

Ed ora stava tornando a casa: casa? Non c'era nessuno ad aspettarla, nessuno per cui valeva la pena di rientrare la sera, nessuno al quale parlare o farsi accarezzare i capelli o fare l'amore!

Si ricosse dai suoi tristi pensieri guardandosi intorno e cercando di imprimere negli occhi e nel cuore tutta quella selvaggia bellezza. Non avrebbe mai più rivisto quelle montagne che si stagliavano nette nel cielo terso, non avrebbe mai più attraversato torrenti tumultuosi e cristallini, non avrebbe mai più camminato nella giungla asfissiante dall'odore intenso di fiori e foglie marce, piena di colori incredibili e di insetti di ogni genere, magari sotto una pioggia incessante e bollente che ti inzuppava fino al midollo seguita da un sole implacabile che ti asciugava in pochi istanti. In tutta quella bellezza c'era la voce di Dio, la Sua creazione, la sfide dell'uomo per la vita ed il rispetto per tutta quella grandezza, perché la giungla esplodeva di vita e la toglieva con facilità.

Questa volta la marcia era cadenzata da numerose soste, da scambi di battute, da cibo abbondante, da riposo. Dopo circa tre giorni di marcia sarebbero arrivati ad Ipiales. La notte Arianna restava sveglia ad ammirare la volta del cielo lucente di stelle, la via Lattea sinuosa come un fiume di diamanti su un tappeto di velluto, la luna crescente che sorgeva improvvisa da un monte annunciata solamente da un'intensa luce argentea, ma il suo cuore diventava sempre più triste e pesante man mano che passavano i giorni e si avvicinavano alla meta.

Il terzo giorno di marcia quando stavano per cominciare a scendere alzando gli occhi al cielo Arianna vide da lontano la sagoma di un uccello in volo. Il cuore perse dei battiti, no, non poteva essere il "suo" condor! Seguì il lento avvicinarsi dell'animale, riconobbe il collare di piume bianche il becco ricurvo le ali nere, immense. Volteggiava sopra di lei in lente volute con spirali sempre più strette.

"Sarà lei?"

Le persone che la accompagnavano comiciarono a  parlottare gesticolando e guardandola attoniti, don Juan doveva aver raccontato loro come quel condor l'aveva guidata fino al loro villaggio.

"Ariana, questo è un segno perché il condor è il capo di tutti gli spiriti benigni di questa terra, è un incontro raro e molti di noi non avevano ancora avuto l'occasione di vederne uno, quel condor è qui per te e ti sta portando un messaggio, sai, ci sono molte leggende riguardo al condor, non arriva mai per caso e credo che tu sappia cosa devi fare"

Una pace intensa, il cenno di un sorriso, il sangue che scorreva veloce nelle sue vene, la dcisione immediata.

" Si amici miei , seguirò ancora una volta il suo volo. Ma cosa c'è laggiù?"

" Ci sono alcuni villaggi ma per arrivarci devi attraversare la Terra degli Spiriti, un luogo al quale non è permesso l'accesso a noi nativi, lì ci andremo quando raggiungeremo i nostri avi, forse tu non devi tornare indietro, c'è qualcosa che ti aspetta laggiù. Il condor ti guiderà e non correrai alcun pericolo. Non possiamo accompagnarti, questa è una prova che dovrai superare da sola, un'occasione che molti di noi non avranno mai in questa vita. Prendi del cibo e dell'acqua e vai, sei benedetta Ariana, troverai quello che stai cercando, ma soprattutto quello che la vita ha in serbo per te. Vai, hai la protezione del più grande degli spiriti, sii fiduciosa e lasciati guidare da lui".

Ancora una volta da sola ma senza paura. Sentiva che molte forze occulte la stavano spingendo.

 Era diventata "Ariana del condor".

Un breve addio ed i suoi passi si volsero verso le montagne.

 

 La cascata degli Spiriti cap 11^

Cos'era tutto quel parlottare e guardarla come se la vedessero per la prima volta? E la domanda "Sarà lei?" Lei chi? C'era qualche leggenda tra i nativi che parlava di una donna straniera?

Aveva posto quelle domande e molte altre ancora, ma le avevavo semplicemente risposto che non bisognava conoscere il proprio destino ma viverlo!

Ancora una volta da sola, accompagnata dal silenzio e dal rumore del vento. Ma non aveva timore, sorrise e si lasciò incantare dal panorama. Era una giornata tersa e le cime dei monti si stagliavano nette nel cielo azzurrissimo, l'ombra del condor, nitida sul sentiero, era una presenza rassicurante. Non fece molte soste, voleva arrivare, non sapeva dove ma voleva arrivare!

Ad un tratto percepì una presenza tra le rocce ed il cuore si riempì di paura, qualcuno la stava seguendo, lo sentiva, ma pur girandosi di scatto o fermandosi improvvisamente non vedeva null'altro che un'ombra che spariva immediatamente. Rise di sè, si stava facendo suggestionare da tutti quei racconti sugli spiriti guida nelle sembianze di animali, sulle terre proibite, sulle antiche leggende di quella gente. Facevano parte della cultura di un popolo abituato a vivere in condizioni estreme dove c'erano poche garanzie che un nuovo giorno sarebbe sorto: febbri, animali feroci, piogge ed inondazioni, potevano strappare una vita con la stessa facilità con cui lei poteva fermarsi a raccogliere un fiore.

Man mano che il giorno moriva i contorni si addolcivano e le montagne presero una sfumatura violetta che mai prima d'ora aveva notato. Trovò una radura protetta da un costone di roccia, si rifocillò con le provviste e sfinita si addormentò mentre il cielo si accendeva di stelle.

Aprì gli occhi all'improvviso disturabata dalla sensazione di essere osservata: a pochi passi da lei un magnifico giaguaro la stava fissando con i suoi occhi di ambra, fluorescenti, trattenne il respiro, non fece alcun movimento, gli occhi fissi in quelli dell'animale, ipnotizzata.

L'animale fece ancora un passo, annusò l'aria, poi silenzioso sparì con pochi balzi tra le rocce.

Mentre aspettava che il battito del suo cuore si calmasse si domandò perchè non l'avesse attaccata, era una preda molto facile, cosa significava tutto questo, aveva sognato? No, era sicura di no. Si appoggiò alle rocce guardinga, sobbalzando al minimo fruscio del vento tra le foglie e scrutando il buio che la circondava con le ginocchia strette al petto. Sarebbe tornato? L'avrebbe attaccata? Pensò che non sarebbe mai più riuscita a dormire invece riaprì gli occhi baciata dai caldi raggi del sole che era già alto nel cielo.

Era ancora appoggiata alle rocce, la testa abbandonata sulle ginocchia... viva!

Si alzò guardinga poi, rivolto uno sguardo al cielo ed alla sua guida, riprese il cammino.

Aveva strane sensazioni, camminava come senza peso, man mano che procedeva si sentiva infondere da un calore e da una gioia immensi, aveva la sensazione di essere in procinto di arrivare a casa. Più volte nel corso del giorno si era accorta che il giaguaro affiancava i suoi passi.

Ma il timore era sparito, Arianna sentì che stava vivendo qualcosa di unico e speciale, qualcosa che era già stato scritto per lei da qualche parte, qualcosa chiamato destino o predestinazione.

Questo la rasseneva facendole vivere quei momenti con un senso di inevitabilità.

Il panorama stava cambiando, si stava addentrando in una foresta dagli alberi alti e dalla vegetazione lussureggiante. La sera del secondo giorno fu con grande stupore che si trovò davanti al panorama più bello che avesse mai visto!

Una pozza d'acqua verde circondata da rocce affioranti coperte da licheni, una cascata rigogliosa e gorgogliante illuminata da una miriade di piccoli arcobaleni, le piante ed i fiori avevano colori iridescenti e sembravano emanare una luce interna tenue ma visibilissima, i profumi erano intensi e facevano girare la testa :"La cascata degli Spiriti", era proprio come gliela aveva descritta Don Juan pur non avendola mai vista. Il condor l'aveva guidata fin là , il giaguaro l'aveva accompagnata per un tratto del suo cammino, ma cosa doveva fare? Qual era il suo compito?

Rivolse questa domanda alzando gli occhi al cielo e poi ancora rivolta verso la foresta silenziosa ma non ebbe risposta, sapeva che avrebbe scoperto tutto vivendo.

Restò a lungo incantata assaporando tutti i profumi ed ascoltando la musica dell'acqua, totalmente immersa in quell'ambiente magico. Con il buio si accoccolò su una roccia piatta che affiorava dall'acqua e dopo aver ammirato la cascata illuninata dalla luna si addormentò con la sensazione di essere abbracciata.

Sognò due bambini, un maschietto ed una femminuccia, identici nei loro occhi azzurri, la pelle ambrata ed i capelli scuri. Giocavano ridendo e rincorrendosi fin quando un lampo passò negli occhi della bambina che tirò fuori uno spillone dalla tasca del suo vestitino e lo conficcò nel torace del bambino e da quella ferita fuoriscì un fiume di sangue che arrossò le acque della cascata e la terra tutto intorno...

Si svegliò con il viso bagnato di lacrime ed una profonda inquietudine, ma le bastò guardarsi intorno per dimenticare il sogno che gliela aveva procurata.

La vita intorno alla cascata si stava risvegliando, man mano che il sole la illuminava fiori esotici aprivano la loro corolla mentre una moltitudine di insetti e mille libellule dalle ali iridescenti volavano sull'acqua.

Si spogliò e si immerse in quelle acque meravigliose e fresche, giocò con la cascata ruggente, si asciugò al sole sdraiata sulla roccia, ad occhi chiusi.

Dalla sera prima si era accorta che sia il condor che il giaguaro non si erano mostrati, guardò il cielo e poi tutt'intorno fin quando non notò un sentiero che saliva accanto alla cascata.

Era arrivata a destinazione ed era ancora sola, rivolse una preghiera di ringraziamento agli spiriti che l'avevano guidata e si mise in cammino.

Camminò per un po' poi si accorse di un filo di fumo che saliva verso il cielo: Arrivò ad un villaggio con delle capanne disposte in cerchio, nessuno si era accorto del sua presenza. Si guardò intorno:

alcune donne erano intente a schiacciare dei semi in alcune ciotole mentre dei bambini di varie età scorazzavano lì intorno giocando e ridendo.

Fuori dalle capanne erano stese delle stuoie e c'erano dei recinti con alcune caprette che brucavano un'erba rada e gialla.

Al centro del villaggio una costruzione più ampia con il tetto di paglia sostenuto da larghi tronchi.

Su delle panche rudimentali erano sedute alcune persone: delle donne con dei piccoli in grembo, dei vecchi con lo sguardo assorto e la faccia bruciata dal sole, un uomo con una vistosa fascia sulla gamba.

Nella capanna un uomo alto e magro le dava le spalle, stava parlando con un bambino urlante mentre la madre cercava di tenerlo fermo forse per farlo visitare o medicare.

L'uomo disse qualcosa al bambino che smise di scalpitare e fece una risatina nervosa.

Finì la medicazione e mise giù il bambino arruffandogli i capelli e dandogli un buffetto sulla guancia. Si portò la mano alla fronte spostandosi i capelli dal viso e lentamente si girò verso il punto dove c'era lei.Gli occhi più azzurri che avesse mai visto la stavano fissando increduli...........

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 Francesco cap12^

"Sono stufo di questa pioggia, stufo di questo cielo così monotono e grigio, stufo di questa solitudine, stufo di questa città!"

Guardò la sua immagine riflessa nello specchio, gli si prospettava l'ennesimo week end di televisione con programmi culturali interminabili o di sport, di panini sbocconcellati, di lattine di birra allineate ai lati della poltrona e di noia, noia, noia.

Erano trascorsi tre mesi da quando era uscito di casa sbattendo la porta, le spalle di Arianna immobili, non si era voltata, non aveva opposto alcuna resistenza alla sua decisione, non lo aveva fermato. Si era pentito non appena la rabbia era sbollita, aveva avuto più volte la tentazione di girare l'auto e di tornare a casa, di accarezzarle i capelli, di farla tornare in sè, di farla desistere da quell'ossessione assurda chiamata Roberto. Faticava anche a pronunciare il nome di quell'uomo che chissà con quale manovra subdola gliela aveva portata via!

Si erano allontanati gradualmente, lui, preso dal suo lavoro e da quel trasferimento imminente, non era riuscito ad avvertire i sintomi di quel distacco fin quando Ariamnna aveva cominciato a rifutarsi di fare l'amore con lui e sussultava se solo provava a sfiorarla. Aveva nutrito una sorda rabbia nei suoi confronti e si era chiuso nel suo mutismo, nel dolore, nella solitudine. Fino alla sera dello schiaffo.

Aveva cercato di scuoterla con le sue parole così dure, di riaccendere una scintilla seppure di rabbia in quegli occhi tristi e spenti, ma l'unico risultato era stato di averla allontanata definitivamente.

Nelle prime settimane a Lille si era dedicato a sistemare le proprie cose nella casa nuova, una vecchia villetta di mattoni grigi con un cucinino ed un salotto al piano terra ed una camera ed un bagno al piano superiore. Da mesi si riproponeva di cambiare le tendine che pendevano tristi e spente dalle finestre, di comperare qualche accessorio colorato che portasse un pizzico di allegria e la rendesse un po' più accogliente ma aveva lavorato come un ossesso e la sera tardi quando rincasava, dopo la doccia, crollava esausto a letto.

Aveva conosciuto e frequentato altre donne, colleghe perlopiù, che avevano riscaldato le sue notti durante i week end, ma al mattino guardando quei volti sconosciuti che gli dormivano accanto e ricordando la furia animalesca con le quali le aveva prese per tutta la notte, desiderava solo che sparissero al più presto e che portassero via ogni traccia del loro passaggio.

A volte usciva lasciandole dormire e tornava solo a pomeriggio inoltrato felice di non trovarle più a casa. I loro sguardi accusatori, il lunedì mattino, gli creavano solo un lieve imbarazzo ed un grande fastidio.

Ma anche quella furia era passata: che senso aveva fare l'amore con una donna procurandole anche piacere senza alcun coinvolgimento da parte sua? Per lui diventava solo uno sfogo fisico, quasi animalesco. Lui doveva amare per sentirsi totalmente appagato da un rapporto fisico.

Anima, corpo e cuore erano inscindibili perchè il piacere raggiungesse vette inimmaginabili ed il cuore esplodesse di amore e di energia vitale, come con Arianna....

Era una splendida giornata di Maggio, di quelle calde, quasi estive, con il sole che bruciava la pelle.

Stanco di restare al chiuso dell'aula universitaria in via Diotisalvi, si era diretto con il suo librone di "Macchine" verso Piazza dei Miracoli. All'epoca ancora era possibile, per gli studenti ed i turisti, restare sdraiati nell'erba verdissima all'ombra della Torre Pendente o del Battistero. Si era diretto di buon passo verso la Torre e l'aveva scorta: i lunghi capelli le incorniciavano il viso rivolto verso un libro che sottolineava con furia, concentrata. Stava sdraiata a pancia sotto con le gambe piegate ed i piedi che si muovevano al ritmo di chissà quale musica. Ogni tanto si fermava ed alzava lo sguardo verso di lui ma senza vederlo, probabilmente cercava di memorizzare qualche passaggio o qualche formula.

"Arianna, eccoti qua!! Sapessi che novità! Siamo riuscite a farci invitare ad una festa da quelli del quarto anno! Stasera alle nove, dobbiamo riuscire a sgattaiolare via dalla Normale... la festa è a casa di quel Daniele, sai quel moraccione alto che ti fa gli occhi dolci, ah, ah, birra a volontà, superalcolici e chissà quant'altro! Non immagineresti mai come ho fatto: con la scusa di chiedere gli appunti mi sono avvicinata al loro gruppo dove stavano discutendo della festa et voilà, ho rimediato un invito, per tutt'e tre! Daniele mi ha chiesto specificamente di te, ma cosa gli hai fatto?

Dai su torniamo in stanza, non so cosa mettermi, dai Ari , mi presti i tuoi pantaloni rossi ed i sandali con i tacchi? Su sbrigati che c'è poco tempo per diventare bellissime!"

" Stasera? Ma non posso ragazze, tra due giorni ho l'esame di Filologia e mi mancano ancora un sacco di pagine e tutti gli appunti, dovrò studiare per tutta la notte, altro che festa, accidenti!"

"Ari non fare così, se non vieni te ne pentirai in eterno!" la voce della terza ragazza.

"Non posso proprio, che rabbia, ma promesso ragazze, vi aspetto in piedi con tre litri di buon caffè così mi racconterete tutto nei minimi particolari!".

Le saltarono addosso facendole il solletico e ridendo come bambine, era rimasto incantato da quello scambio di battute.

Si chiamava Arianna.

Arianna, Arianna, Arianna!

Ne assaporò il nome scrivendolo a margine del suo libro e con delusione la vide raccogliere i suoi fogli ed andare via di corsa ridendo e sgomitando con le amiche.

Il giorno dopo piovve fin dal mattino e naturalmente non la trovò in Piazza e nemmeno per tutta la settimana seguente.

La sua costanza però alla fine fu premiata: dopo una decina di giorni la ritrovò lì, un libro nuovo da sottolineare, un blocco di appunti che abbandonò dopo poco per sdraiarsi con il viso rivolto al sole ed addormentarsi con le labbra leggermente dischiuse.

Fu quel giorno che si innamorò di lei, quel giorno che le rivolse la parola e quel giorno l'inizio della loro storia. Si incontravano regolarmente ed andavano a passeggio per la città che mai come allora gli sembrò magnifica e romantica con il Lungarno al tramonto, i vicoli antichi e maleodoranti i lampioni di sera.

Parlavano per ore sdraiati al sole di Piazza dei Miracoli o nel cortile della Sapienza o sulla spiaggia dove facevano lunghe passeggiate dopo giornate trascorse sui libri.

E sulla spiaggia la baciò la prima volta, era irresistibile illuminata dalla luna che faceva brillare ancora di più i suoi enormi occhi da cerbiatto.

La aspettava a fine lezione, la sosteneva quando aveva un esame, discutevano di tutto: dei suoi studi, della tesi di laurea che stava colpevolmente trascurando, dei libri che leggevano come forsennati, dei sogni e dei progetti del futuro.

E ricordò con un sorriso quella giornata di agosto: la soffitta bollente che divideva con altri studenti era situata in Piazza delle Vettovaglie, un vicolo laterale di Borgo Stretto. Erano tutti partiti per le vacanze ed era solo. Stava battendo a macchina alcune pagine della tesi che avrebbe discusso a metà ottobre, le mani sudate scivolavano sui tasti ed una noia infinita ed il desiderio di un po'di fresco, di un refolo di vento che portasse l'odore del mare, lo rendevano nervoso.

Arianna era tornata per qualche giorno a casa dalla nonna e sentiva questa separazione come se fosse stato mutilato di un pezzo di cuore, quello che esplodeva di amore solo al pensiero della sua voce, della sua risata cristallina, del suo sguardo assorto, della sua grazia nell'incedere come se seguisse dei passi di danza.

Era freschezza, era poesia, era allegria, era bellezza.

Aveva un modo di affrontare la vita come chi vedesse le cose per la prima volta, con gli occhi sgranati di meraviglia ed una profonda fiducia nel futuro e nel genere umano. Pura.

Aveva riso quando l'aveva chiamata" Mia bellissima Luna del Mediterraneo" ma era così che la percepiva: piena, luminosa, immensa.

Si era distratto ancora! Si alzò e si fece una doccia fresca ed indossato un paio di calzonocini sdruciti, si sdraiò sul letto con le braccia aperte, gli occhi fissi al soffitto.

Un leggero tocco alla porta lo fece sobbalzare: ma chi poteva essere a quell'ora?

La città sonnolenta era svuotata in quel caldo pomeriggio!

Aprì la porta e lei era lì, con due coni gelato che sgocciolavano sul tappeto ed un sorriso dolce e malizioso che...

Non le fece dire una parola, le cercò la bocca con passione come un assetato mentre i gelati finivano di sciogliersi sul pavimento.

La baciò come non aveva mai fatto prima, con una passione travolgente che acuiva tutti i suoi sensi. Chiuse la porta con un calcio e la spinse contro il muro baciandole forsennatamente gli occhi, la punta del naso, i lobi delle orecchie.

Le sue mani le accarezzavano le spalle lasciate scoperte da una canottierina, non riusciva a staccare la bocca da lei, dalla sua pelle profumata e leggermente sudata, dalla curva delle sue ascelle, dalle lunghe braccia sottili, dal seno, pieno, che premeva contro il suo torace.

La desiderava con forza e con passione ed al contempo con delicatezza ed attenzione, perchè Arianna non aveva mai fatto l'amore.

Sempre tenendo la sua bocca incollata a quella di lei le sganciò i pantaloni di lino che scivolarono lungo le sue gambe abbronzate, le sfilò la canottiera dalla testa seguendo con la punta delle dita i suoi contorni fino alle ascelle e sentendo la sua pelle incresparsi in piccoli brividi.

Indossava un reggiseno chiaro con un fiocchetto rosso, lo stesso degli slip, armeggiò con il fermaglio del reggiseno e finalmente liberò i suoi meravigliosi seni che prese nelle sue mani a coppa, erano pieni, morbidi, bianchissimi in contrasto con la sua intensa abbronzatura.

La prese in braccio e la adagiò sul letto, esplorò ogni centimetro della sua pelle, assaporandola e riempiendosi gli occhi e le mani di lei, di lei, di lei....

Dopo un tempo interminabile nel quale la sentì abbandonarsi e sciogliersi, dapprima con delicatezza e poi con determinazione si fuse a lei e dopo fu solo passione.

Rastarono in quella soffita per giorni scoprendosi e cercandosi continuamente, ogni volta la prima volta...

Si sposarono tre estati dopo quando Arianna si laureò con il massimo dei voti, vivendo con intensità e complicità ogni istante, condividento vittorie e sconfitte, fino a tre anni prima, quando Roberto era tornato in Italia.

Gradualmente si erano allontanati, ognuno preso dalla propria vita, dai propri impegni, dai propri pensieri, la passione iniziale solo un labile ricordo relegato al passato, e poi quei terribili ultimi mesi: Arianna triste e chiusa in un doloroso silenzio, l'aveva sorpresa con gli occhi sbarrati rivolti al soffitto, insonne, smagrita, con uno sguardo colmo di disperazione e di determinazione.

Distratta, fredda, distante, incurante di quello che le girava attorno.

Si riscosse dai suoi pensieri, il ronzio del televisore, l'ennesimo dibattito sull'effetto serra, sui mutamenti del clima, sulle previsioni catastrofiche per il futuro. Aveva ancora tra le mani la tazza di caffè diventato freddo e quindi ancora più imbevibile.

Si guardò intorno ed animato da uno spirito nuovo si fece una doccia veloce, riassettò, infilò un maglione ed un paio di jeans e prese le chiavi della sua bella auto veloce: se avesse giudato ininterrottamente la mattina dopo sarebbe arrivato a casa!

 

La Leggenda cap 13^

 

...c'era stato un tempo in cui quel Paese martoriato dalla guerriglia, dai narcotrafficanti, dalla violenza e dalla malattia era considerato e vissuto come un paradiso...

I suoi fiumi serpeggiavano lenti, portavano nutrimento alla terra ed agli uomini, le sue montagne, nitide ed imbiancate di neve, lo proteggevano dai venti freddi e dagli invasori, il suo mare, meraviglioso, donava clima mite e cibo abbondante.

Le tribù, riunite tutte sotto l'emblema e la guida del Condor e del Giaguaro, vivevano felici ed in pace.

Il condor rappresentava la saggezza e la libertà, il giaguaro il coraggio e la determinazione.

Il capo di tutti i popoli riuniti sotto quel cielo stava diventando vecchio e nessuna delle sue giovani spose gli aveva dato un erede al quale trasmettere tutte le sue conoscenze e la saggezza necessarie per tenere unite le innumerevoli tribù di quella terra.

Il vecchio saggio guardava la sua vita scorrere inesorabilmente verso la fine.

Una notte di luna piena si recò nel luogo sacro presso la "Cascata degli Spiriti" e, durante una divinazione nella quale evocò il grande spirito del condor e del giaguaro, ebbe una strana visione: una giovane donna straniera, sfinita da un lungo parto, gli porgeva un bambino. L'immagine si dissolse in altre, di grida selvagge, di terrore, di fuoco e fiamme e di fiumi arrossati di sangue.

Per la prima volta non riuscì ad interpretare tutti i segni, ma sapeva che doveva trovare a tutti i costi quella donna.

Ordinò ai suoi uomini più coraggiosi e valenti di partire e di andare a cercarla.

Partirono in nove, tre verso il mare, tre verso la giungla e tre verso le montagne.

Fu un viaggio lungo e pericoloso ed alcuni di loro non sopravvissero alle febbri, agli animali feroci, ai serpenti velenosi. Solo i tre che si erano diretti verso il mare stavano ancora insieme. Arrivarono stremati sulla costa e la notte stessa durante una terribile tempesta videro naufragare un'imbarcazione.

La mattina dopo tra i cadaveri arenati sulla spiaggia trovarono una donna ancora viva.

Respirava a fatica ed aveva i lunghi capelli impastati di sabbia e di alghe, era chiaramente una straniera e capirono che era colei che erano venuti a cercare.

Costruirono una barella di fortuna e dandosi il cambio si diressero velocemente verso casa con il loro trofeo.

La donna fu guarita e data in sposa al grande capo e dopo nove mesi partorì un bellissimo bambino, sano e robusto, ma morì dissanguata a causa di un parto difficile.

Alla prima luna piena il grande capo chiese la benedizione degli spiriti per questo bambino e ne dedicò la vita allo spirito del condor.

Il giaguaro offeso dalla scelta lanciò una maledizione: promise guerra e distruzione per quelle genti fintanto che una donna straniera non avesse partorito un bambino in quello stesso luogo e questo fosse dedicato al suo spirito.

Solo allora si sarebbe di nuovo unito al condor ed insieme avrebbero riportato quel paese e quella gente al benessere ed alla pace...

 

Tra le sue braccia cap14^

Nella capanna un uomo alto e magro le dava le spalle, stava parlando con un bambino urlante mentre la madre cercava di tenerlo fermo forse per farlo visitare o medicare.

L'uomo disse qualcosa al bambino che smise di scalpitare e fece una risatina nervosa.

Finì la medicazione e mise giù il bambino arruffandogli i capelli e dandogli un buffetto sulla guancia. Si portò la mano alla fronte spostandosi i capelli dal viso e lentamente si girò verso il punto dove c'era lei. Gli occhi più azzurri che avesse mai visto la stavano fissando increduli...

All'improvviso tutto parve fermarsi.

Un silenzio innaturale la circondò, nessun cinguettio, nessun suono, nemmeno lo stormire del vento tra le foglie. Sentì il sangue defluire dal suo viso mentre le mani diventavano gelide e le gambe di cenere. Solo gli occhi, enormi, espansi all'infinito, fissi in quello sguardo azzurro come il più azzurro degli oceani, profondo come la caverna più nascosta, incredulo ed intensamente caldo ed emozionato, pieno di amore, dolore, speranza, meraviglia.

Immobile, con il cuore impazzito, lo vide pronunciare una frase muta "Vita mia" ed al rallentatore avvicinarsi. Le guance scavate, un accenno di barba, i capelli lunghi, le tempie leggermente imbiancate, pochi passi e fu davanti a lei, le toccò il viso, i capelli, le mani, come se dovesse controllare che quella non fosse solo una visione, una di quelle che tormentavano le sue notti, ed infine la cinse tra le sue braccia. "Arianna, Arianna, Arianna... ma come?" la voce rotta da un'emozione intensa, non riuscì a continuare. Sentiva il suo cuore martellare, lo sentiva tremare e lacrime calde, le sue? quelle di lui? bagnarle il viso. "Roberto!"

La baciava forsennatamente, sugli occhi, sui capelli, sulle tempie poi si inginocchiò davanti a lei e cingendole i fianchi appoggiò la testa al suo ventre.

Restarono così per un eternità, senza parole, senza respiro, consapevoli solo della presenza dell'altro. Increduli eppure con la sensazione che tutto quello fosse stato scritto e che da qualche parte della loro anima sapevano da sempre che sarebbe accaduto.

"Padre Roberto!" una voce perentoria li riportò alla realtà.

Arianna fu assalita improvvisamente da milioni di suoni: il rombo di un tuono in lontananza, le voci delle persone che avevano fatto cerchio intorno a loro, il belare di alcune caprette, il ronzio di innumerevoli insetti ed una luce talmente intensa che la fece barcollare.

Anche "padre Roberto" si riscosse e lentamente si staccò da lei. "Vieni Arianna, ti presento al capo di questo villaggio e poi ti affiderò ad alcune donne per farti rifocillare. Dopo mi racconterai tutto, non posso credere che tu sia qui"

E furono separati, pur non lasciandosi un attimo con lo sguardo.

Arianna fu portata alla presenza del capo e di alcuni uomini riuniti in una capanna, Roberto tornò dai suoi pazienti. Fu dolorosa quella separazione ma in fondo per quelle persone Roberto era "padre Roberto" medico e sacerdote e lei una straniera capitata lì per chissà quale ragione!

C'erano delle regole da seguire e loro ci si sarebbero attenuti.

Ancora in trance Arianna rispose a mille domande di quegli uomini e si stupì oltremodo quando le chiesero che se aveva incontrato un giaguaro sul suo cammino: ma come potevano anche solo immaginarlo? Attonita assentì e notò uno strano fermento ed uno scambio di cenni tra quegli uomini. Finalmente quello strano colloquio ebbe termine e fu accompagnata in una capanna dove trovò frutta fresca, alcune ciambelle di mais ed una ciotola con del latte di capra. Una ragazzina le porse dell'acqua con la quale si rinfrescò il viso e le mani e finalmente uscì e si diresse verso quella che immaginava fosse la medicheria.

Non c'era più nessuno in attesa e Roberto stava sistemando degli strumenti e dei medicinali.

"Arianna, siediti e ti prego raccontami tutto, dimmi come hai fatto ad arrivare fin qui".

Le prese le mani, si sedette di fronte a lei e guardandola negli occhi ascoltò ogni sua parola.

Pianse quando Arianna gli raccontò della morte di padre Augustin, la guardò con ammirazione e stupore quando gli parlò della fuga, sorrise agli aneddoti su Juanito e Dolores, aggrottò la fronte preoccupato quando descrisse il suo incontro con il condor ed il giaguaro, ma non proferì parola.

La guardava intensamente, le accarezzava piano le dita ed i polsi e spesso il suo sguardo si perdeva sui suoi capelli e sulla sua bocca.

Restarono così per ore a ritrovarsi, a riallacciare le trame sfilacciate della loro vita divisa, a colmare spazio e tempo per ritrovarsi ancora lì al tramonto con le teste che quasi si toccavano e le parole che tessevano una ragnatela che li legava indissolubilmete.

Quando ebbe finito, Roberto, con voce roca le chiese:"Arianna, perchè?"

Guardò quel viso amato, ne seguì i contorni imprimendoli nella sua mente, abbassò lo sguardo e poi guardandolo negli occhi rispose: " Perchè è solo così che so amare, Roberto!"

Lo sentì sussultare come se fosse stato colpito da un pugno nello stomaco, gli vide stringere la mascella e chiudere gli occhi e poi lo sentì rilassarsi e finalmente sorridere. Poggiò la sua fronte a quella di lei : "La mia Arianna, indomita, unica, indimenticabile, immensa! Vieni ora, ci stanno aspettando, hanno preparato una festa di benvenuto per te".

Nel centro del villaggio un grande falò, le donne vestite con colori sgargianti ridacchiavano eccitate, c'erano dei tamburi e vicino al fuoco un seggio e due sgabelli più bassi.

Fu fatta accomodare a destra mentre Roberto si posizionò a sinistra del seggio del capo. I tamburi cominciarono a rullare mentre la pira accesa lanciava scintille verso il cielo.

Arrivò il capo bardato di un mantello azzurro e con un bastone sormontato dalla testa di un giaguaro, e, fatto un cenno, diede inizio alla festa.

Il rumore era assordante, i tamburi martellanti e le danze le davano una grande euforia mentre il fuoco vicino le faceva ardere le guance.

Ogni tanto incrociava lo sguardo di Roberto che le sorrideva e, battendo le mani, seguiva il ritmo dei tamburi. Alcune donne la circondarono e la invitarono ad unirsi alle danze e ridendo Arianna prese a vorticare senza distogliere mai lo sguardo dagli occhi di Roberto.

Quando il falò si spense e la luna fu alta nel cielo cominciarono tutti a sciamare verso le loro capanne.

Roberto era sparito e dopo essersi guardata intorno, con una punta di delusione, si diresse con alcune donne verso la sua capanna. Ancora vestita crollò sul suo giaciglio ed inaspettattamente si addormentò subito.

"Arianna, Arianna, svegliati!"

"Ma... cosa?"

"Sshhh, vieni con me Arianna e fa piano, voglio farti vedere una cosa"

In un istante fu in piedi, infilò gli scarponcini e prendendogli la mano lo seguì nel buio.

Ridacchiava, ancora ubriaca di sonno, intontita, ma consapevole di quella mano che stringeva la sua. La luna illuminava il sentiero che usciva dal villaggio, segnandone i contorni con una luce argentea, correvano quasi, incuranti degli ostacoli, i bambini di un tempo, con quella complicità che li aveva sempre caratterizzati.

"Arianna, aspetta" le coprì gli occhi con le mani e la guidò per alcuni passi. Avanzava con le mani tese in avanti, sentì il rumore dell'acqua, quasi una melodia, e la voce di Roberto che le sussurrava all'orecchio: "Sei arrivata, questo posto è magico ed ho sempre sognato di mostrartelo!".

Gli tolse lentamente le mani dagli occhi cincendola da dietro in un abbraccio.

"La Cascata degli Spiriti!"

Vista con lui era ancora più bella: la cascata luminescente, le acque argentate, i profumi intensi, le sue braccia intorno alla sua vita ed il suo respiro sul collo.

Era estasiata ed al tempo stesso imbarazzata, si sciolse dall'abbraccio e si diresse verso l'acqua liberandosi dai calzoni e dalle scarpe.

"Dai Roberto, cosa aspetti? Raggiungimi e vediamo chi arriva prima alla cascata!" e sparì con un tuffo sott'acqua.

Dopo poche bracciate la raggiunse e si immersero sotto il getto potente. "Arianna, ti amo!", ma le sue parole si persero nel rombo scrociante dell'acqua. Nuotarono lentamente verso la riva e si issarono sullo scoglio piatto, silenziosi, ognuno apparentemente perso nei propri pensieri o solo nella bellezza dello stare insieme dopo tanto tempo.

Una nuvola nera coprì la luna, come un presagio, ed Arianna cominciò a tremare. Roberto si avvicinò a lei, le scostò i capelli dal viso, dolcemente, e la costrinse a girarsi verso di lui: "Arianna, guardami. Sono qui per te, solo per te..."

Avvicinò lentamente il viso a quello di lei che chiuse gli occhi e si protese verso quelle labbra amate. Fu un bacio lungo, appassionato, che li lasciò senza fiato. Ma appena si staccarono un desiderio intenso li riavvolse, si baciarono ancora ed ancora, incapaci di staccare le labbra mentre convulsamente si liberavano dei vestiti bagnati.

"Fatti guardare Arianna, sei bellissima, quante volte ho sognato di accarezzare le tue spalle, di seguire il contorno della tua pelle con le mie dita, di..."

Non lo fece finire, gli chiuse la bocca con la sua, assetata, famelica, impaziente.

Gli teneva il viso con le mani, gli mordeva la bocca, cercava la sua lingua.

"Mi fai impazzire, mi fai impazzire, mio Dio, Arianna, quanto ti amo e quanto ti desidero..."

Si sdraiò mentre lui ne percorreva ogni centimetro con la sua bocca, lo attirò verso di lei accarezzandogli la schiena, gli occhi chiusi, completamente dimentica di tutto che non fossero quelle mani e quella bocca fremente.

"Arianna io non ho mai..."

Entrare in lei fu come essere attraversato da una scarica elettrica lungo la spina dorsale, il respiro spezzato e la sensazione di essere risucchiato, di non avere altra volontà che continuare a provare quelle sensazioni sconosciute mentre la pelle era attraversata da ondate di brividi.

Arianna gemeva e ripeteva il suo nome come un mantra, gli graffiava la schena e gli si allacciava con le gambe come se temesse che potesse scappare via.

Ondate di piacere partivano dalla punta dei suoi piedi e si irradiavano fino alla nuca, ogni volta temendo di non riuscire a sopportare oltre ed ogni volta meravigliato perchè la sensazione diventava sempre più intensa.

Ad un certo punto Arianna urlò inarcandosi e questo fu come un segnale, un' intensa vibrazione lo trasportò in alto e di colpo lo risucchiò come un vortice in lei ed infine si sciolse in un'ondata di marea che lo svuotò completamente, senza fiato, senza sangue, senza più anima. Si era votato completamente a lei.

Lentamente riprese a respirare, quel sordo rantolo che lo aveva accompagnato si trasformò in respiro, il cuore impazzito cominciò a rallentare i battiti e le gambe contratte a rilassarsi. Arianna lo stava guardando e nel suo sguardo lesse così tanto amore da sentirsi annegare.

Le baciò la bocca dischiusa, le accarezzò il viso e le sorrise, anzi cominciò a ridere, perchè la gioia che provava, l'appagamento, l'intensa felicità si erano trasformati in una risata liberatoria!

"Arianna ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo!"

Continuava a guardarla, le sue labbra turgide, gli occhi brillanti, le baciò le fossette del viso e girandosi la fece sdraiare su di lui.

Le accarezzava la schiena, le baciava i capelli mentre il respiro di lei gli solleticava il collo.

La sua prima ed unica donna, e sarebbe stata l'ultima perchè mai avrebbe potuto amare qualcun'altra.

Arianna sentiva le sue mani calde sulla schiena, guardarlo mentre facevano l'amore, meravigliato dall'intensità del suo piacere, le aveva dato una scossa incredibile ed inaspettata, regalandole sensazioni mai provate, si era ritrovata con il viso inondato di lacrime ad urlare il suo nome: Roberto, il suo amore, tra le sue braccia, fuso a lei.

"Arianna, ti desidero ancora" e mai notte fu così piena di amore, di passione, di baci, di sospiri, mai paghi, mai sazi l'uno dell'altra. Solo quando il sole fu alto nel cielo si rivestirono e tornarono al villaggio, inebetiti, barcollanti, intensamente felici.

Nessuno dei due si era accorto che c'era stato un testimone che li aveva osservati per tutta la notte: due occhi gialli di ambra ne avevano seguito ogni gesto, e solo a giorno inoltrato il magnifico giaguaro con pochi passi sparì nel folto della vegetazione.