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6月2日 _____ Francesco cap12^
"Sono stufo di questa pioggia, stufo di questo cielo così monotono e grigio, stufo di questa solitudine, stufo di questa città!" Guardò la sua immagine riflessa nello specchio, gli si prospettava l'ennesimo week end di televisione con programmi culturali interminabili o di sport, di panini sbocconcellati, di lattine di birra allineate ai lati della poltrona e di noia, noia, noia. Erano trascorsi tre mesi da quando era uscito di casa sbattendo la porta, le spalle di Arianna immobili, non si era voltata, non aveva opposto alcuna resistenza alla sua decisione, non lo aveva fermato. Si era pentito non appena la rabbia era sbollita, aveva avuto più volte la tentazione di girare l'auto e di tornare a casa, di accarezzarle i capelli, di farla tornare in sè, di farla desistere da quell'ossessione assurda chiamata Roberto. Faticava anche a pronunciare il nome di quell'uomo che chissà con quale manovra subdola gliela aveva portata via! Si erano allontanati gradualmente, lui, preso dal suo lavoro e da quel trasferimento imminente, non era riuscito ad avvertire i sintomi di quel distacco fin quando Ariamnna aveva cominciato a rifutarsi di fare l'amore con lui e sussultava se solo provava a sfiorarla. Aveva nutrito una sorda rabbia nei suoi confronti e si era chiuso nel suo mutismo, nel dolore, nella solitudine. Fino alla sera dello schiaffo. Aveva cercato di scuoterla con le sue parole così dure, di riaccendere una scintilla seppure di rabbia in quegli occhi tristi e spenti, ma l'unico risultato era stato di averla allontanata definitivamente. Nelle prime settimane a Lille si era dedicato a sistemare le proprie cose nella casa nuova, una vecchia villetta di mattoni grigi con un cucinino ed un salotto al piano terra ed una camera ed un bagno al piano superiore. Da mesi si riproponeva di cambiare le tendine che pendevano tristi e spente dalle finestre, di comperare qualche accessorio colorato che portasse un pizzico di allegria e la rendesse un po' più accogliente ma aveva lavorato come un ossesso e la sera tardi quando rincasava, dopo la doccia, crollava esausto a letto. Aveva conosciuto e frequentato altre donne, colleghe perlopiù, che avevano riscaldato le sue notti durante i week end, ma al mattino guardando quei volti sconosciuti che gli dormivano accanto e ricordando la furia animalesca con le quali le aveva prese per tutta la notte, desiderava solo che sparissero al più presto e che portassero via ogni traccia del loro passaggio. A volte usciva lasciandole dormire e tornava solo a pomeriggio inoltrato felice di non trovarle più a casa. I loro sguardi accusatori, il lunedì mattino, gli creavano solo un lieve imbarazzo ed un grande fastidio. Ma anche quella furia era passata: che senso aveva fare l'amore con una donna procurandole anche piacere senza alcun coinvolgimento da parte sua? Per lui diventava solo uno sfogo fisico, quasi animalesco. Lui doveva amare per sentirsi totalmente appagato da un rapporto fisico. Anima, corpo e cuore erano inscindibili perchè il piacere raggiungesse vette inimmaginabili ed il cuore esplodesse di amore e di energia vitale, come con Arianna.... Era una splendida giornata di Maggio, di quelle calde, quasi estive, con il sole che bruciava la pelle. Stanco di restare al chiuso dell'aula universitaria in via Diotisalvi, si era diretto con il suo librone di "Macchine" verso Piazza dei Miracoli. All'epoca ancora era possibile, per gli studenti ed i turisti, restare sdraiati nell'erba verdissima all'ombra della Torre Pendente o del Battistero. Si era diretto di buon passo verso la Torre e l'aveva scorta: i lunghi capelli le incorniciavano il viso rivolto verso un libro che sottolineava con furia, concentrata. Stava sdraiata a pancia sotto con le gambe piegate ed i piedi che si muovevano al ritmo di chissà quale musica. Ogni tanto si fermava ed alzava lo sguardo verso di lui ma senza vederlo, probabilmente cercava di memorizzare qualche passaggio o qualche formula. "Arianna, eccoti qua!! Sapessi che novità! Siamo riuscite a farci invitare ad una festa da quelli del quarto anno! Stasera alle nove, dobbiamo riuscire a sgattaiolare via dalla Normale... la festa è a casa di quel Daniele, sai quel moraccione alto che ti fa gli occhi dolci, ah, ah, birra a volontà, superalcolici e chissà quant'altro! Non immagineresti mai come ho fatto: con la scusa di chiedere gli appunti mi sono avvicinata al loro gruppo dove stavano discutendo della festa et voilà, ho rimediato un invito, per tutt'e tre! Daniele mi ha chiesto specificamente di te, ma cosa gli hai fatto? Dai su torniamo in stanza, non so cosa mettermi, dai Ari , mi presti i tuoi pantaloni rossi ed i sandali con i tacchi? Su sbrigati che c'è poco tempo per diventare bellissime!" " Stasera? Ma non posso ragazze, tra due giorni ho l'esame di Filologia e mi mancano ancora un sacco di pagine e tutti gli appunti, dovrò studiare per tutta la notte, altro che festa, accidenti!" "Ari non fare così, se non vieni te ne pentirai in eterno!" la voce della terza ragazza. "Non posso proprio, che rabbia, ma promesso ragazze, vi aspetto in piedi con tre litri di buon caffè così mi racconterete tutto nei minimi particolari!". Le saltarono addosso facendole il solletico e ridendo come bambine, era rimasto incantato da quello scambio di battute. Si chiamava Arianna. Arianna, Arianna, Arianna! Ne assaporò il nome scrivendolo a margine del suo libro e con delusione la vide raccogliere i suoi fogli ed andare via di corsa ridendo e sgomitando con le amiche. Il giorno dopo piovve fin dal mattino e naturalmente non la trovò in Piazza e nemmeno per tutta la settimana seguente. La sua costanza però alla fine fu premiata: dopo una decina di giorni la ritrovò lì, un libro nuovo da sottolineare, un blocco di appunti che abbandonò dopo poco per sdraiarsi con il viso rivolto al sole ed addormentarsi con le labbra leggermente dischiuse. Fu quel giorno che si innamorò di lei, quel giorno che le rivolse la parola e quel giorno l'inizio della loro storia. Si incontravano regolarmente ed andavano a passeggio per la città che mai come allora gli sembrò magnifica e romantica con il Lungarno al tramonto, i vicoli antichi e maleodoranti i lampioni di sera. Parlavano per ore sdraiati al sole di Piazza dei Miracoli o nel cortile della Sapienza o sulla spiaggia dove facevano lunghe passeggiate dopo giornate trascorse sui libri. E sulla spiaggia la baciò la prima volta, era irresistibile illuminata dalla luna che faceva brillare ancora di più i suoi enormi occhi da cerbiatto. La aspettava a fine lezione, la sosteneva quando aveva un esame, discutevano di tutto: dei suoi studi, della tesi di laurea che stava colpevolmente trascurando, dei libri che leggevano come forsennati, dei sogni e dei progetti del futuro. E ricordò con un sorriso quella giornata di agosto: la soffitta bollente che divideva con altri studenti era situata in Piazza delle Vettovaglie, un vicolo laterale di Borgo Stretto. Erano tutti partiti per le vacanze ed era solo. Stava battendo a macchina alcune pagine della tesi che avrebbe discusso a metà ottobre, le mani sudate scivolavano sui tasti ed una noia infinita ed il desiderio di un po'di fresco, di un refolo di vento che portasse l'odore del mare, lo rendevano nervoso. Arianna era tornata per qualche giorno a casa dalla nonna e sentiva questa separazione come se fosse stato mutilato di un pezzo di cuore, quello che esplodeva di amore solo al pensiero della sua voce, della sua risata cristallina, del suo sguardo assorto, della sua grazia nell'incedere come se seguisse dei passi di danza. Era freschezza, era poesia, era allegria, era bellezza. Aveva un modo di affrontare la vita come chi vedesse le cose per la prima volta, con gli occhi sgranati di meraviglia ed una profonda fiducia nel futuro e nel genere umano. Pura. Aveva riso quando l'aveva chiamata" Mia bellissima Luna del Mediterraneo" ma era così che la percepiva: piena, luminosa, immensa. Si era distratto ancora! Si alzò e si fece una doccia fresca ed indossato un paio di calzonocini sdruciti, si sdraiò sul letto con le braccia aperte, gli occhi fissi al soffitto. Un leggero tocco alla porta lo fece sobbalzare: ma chi poteva essere a quell'ora? La città sonnolenta era svuotata in quel caldo pomeriggio! Aprì la porta e lei era lì, con due coni gelato che sgocciolavano sul tappeto ed un sorriso dolce e malizioso che... Non le fece dire una parola, le cercò la bocca con passione come un assetato mentre i gelati finivano di sciogliersi sul pavimento. La baciò come non aveva mai fatto prima, con una passione travolgente che acuiva tutti i suoi sensi. Chiuse la porta con un calcio e la spinse contro il muro baciandole forsennatamente gli occhi, la punta del naso, i lobi delle orecchie. Le sue mani le accarezzavano le spalle lasciate scoperte da una canottierina, non riusciva a staccare la bocca da lei, dalla sua pelle profumata e leggermente sudata, dalla curva delle sue ascelle, dalle lunghe braccia sottili, dal seno, pieno, che premeva contro il suo torace. La desiderava con forza e con passione ed al contempo con delicatezza ed attenzione, perchè Arianna non aveva mai fatto l'amore. Sempre tenendo la sua bocca incollata a quella di lei le sganciò i pantaloni di lino che scivolarono lungo le sue gambe abbronzate, le sfilò la canottiera dalla testa seguendo con la punta delle dita i suoi contorni fino alle ascelle e sentendo la sua pelle incresparsi in piccoli brividi. Indossava un reggiseno chiaro con un fiocchetto rosso, lo stesso degli slip, armeggiò con il fermaglio del reggiseno e finalmente liberò i suoi meravigliosi seni che prese nelle sue mani a coppa, erano pieni, morbidi, bianchissimi in contrasto con la sua intensa abbronzatura. La prese in braccio e la adagiò sul letto, esplorò ogni centimetro della sua pelle, assaporandola e riempiendosi gli occhi e le mani di lei, di lei, di lei.... Dopo un tempo interminabile nel quale la sentì abbandonarsi e sciogliersi, dapprima con delicatezza e poi con determinazione si fuse a lei e dopo fu solo passione. Rastarono in quella soffita per giorni scoprendosi e cercandosi continuamente, ogni volta la prima volta... Si sposarono tre estati dopo quando Arianna si laureò con il massimo dei voti, vivendo con intensità e complicità ogni istante, condividento vittorie e sconfitte, fino a tre anni prima, quando Roberto era tornato in Italia. Gradualmente si erano allontanati, ognuno preso dalla propria vita, dai propri impegni, dai propri pensieri, la passione iniziale solo un labile ricordo relegato al passato, e poi quei terribili ultimi mesi: Arianna triste e chiusa in un doloroso silenzio, l'aveva sorpresa con gli occhi sbarrati rivolti al soffitto, insonne, smagrita, con uno sguardo colmo di disperazione e di determinazione. Distratta, fredda, distante, incurante di quello che le girava attorno. Si riscosse dai suoi pensieri, il ronzio del televisore, l'ennesimo dibattito sull'effetto serra, sui mutamenti del clima, sulle previsioni catastrofiche per il futuro. Aveva ancora tra le mani la tazza di caffè diventato freddo e quindi ancora più imbevibile. Si guardò intorno ed animato da uno spirito nuovo si fece una doccia veloce, riassettò, infilò un maglione ed un paio di jeans e prese le chiavi della sua bella auto veloce: se avesse giudato ininterrottamente la mattina dopo sarebbe arrivato a casa!
La Leggenda cap 13^ ...c'era stato un tempo in cui quel Paese martoriato dalla guerriglia, dai narcotrafficanti, dalla violenza e dalla malattia era considerato e vissuto come un paradiso... I suoi fiumi serpeggiavano lenti, portavano nutrimento alla terra ed agli uomini, le sue montagne, nitide ed imbiancate di neve, lo proteggevano dai venti freddi e dagli invasori, il suo mare, meraviglioso, donava clima mite e cibo abbondante. Le tribù, riunite tutte sotto l'emblema e la guida del Condor e del Giaguaro, vivevano felici ed in pace. Il condor rappresentava la saggezza e la libertà, il giaguaro il coraggio e la determinazione. Il capo di tutti i popoli riuniti sotto quel cielo stava diventando vecchio e nessuna delle sue giovani spose gli aveva dato un erede al quale trasmettere tutte le sue conoscenze e la saggezza necessarie per tenere unite le innumerevoli tribù di quella terra. Il vecchio saggio guardava la sua vita scorrere inesorabilmente verso la fine. Una notte di luna piena si recò nel luogo sacro presso la "Cascata degli Spiriti" e, durante una divinazione nella quale evocò il grande spirito del condor e del giaguaro, ebbe una strana visione: una giovane donna straniera, sfinita da un lungo parto, gli porgeva un bambino. L'immagine si dissolse in altre, di grida selvagge, di terrore, di fuoco e fiamme e di fiumi arrossati di sangue. Per la prima volta non riuscì ad interpretare tutti i segni, ma sapeva che doveva trovare a tutti i costi quella donna. Ordinò ai suoi uomini più coraggiosi e valenti di partire e di andare a cercarla. Partirono in nove, tre verso il mare, tre verso la giungla e tre verso le montagne. Fu un viaggio lungo e pericoloso ed alcuni di loro non sopravvissero alle febbri, agli animali feroci, ai serpenti velenosi. Solo i tre che si erano diretti verso il mare stavano ancora insieme. Arrivarono stremati sulla costa e la notte stessa durante una terribile tempesta videro naufragare un'imbarcazione. La mattina dopo tra i cadaveri arenati sulla spiaggia trovarono una donna ancora viva. Respirava a fatica ed aveva i lunghi capelli impastati di sabbia e di alghe, era chiaramente una straniera e capirono che era colei che erano venuti a cercare. Costruirono una barella di fortuna e dandosi il cambio si diressero velocemente verso casa con il loro trofeo. La donna fu guarita e data in sposa al grande capo e dopo nove mesi partorì un bellissimo bambino, sano e robusto, ma morì dissanguata a causa di un parto difficile. Alla prima luna piena il grande capo chiese la benedizione degli spiriti per questo bambino e ne dedicò la vita allo spirito del condor. Il giaguaro offeso dalla scelta lanciò una maledizione: promise guerra e distruzione per quelle genti fintanto che una donna straniera non avesse partorito un bambino in quello stesso luogo e questo fosse dedicato al suo spirito. Solo allora si sarebbe di nuovo unito al condor ed insieme avrebbero riportato quel paese e quella gente al benessere ed alla pace...
Tra le sue braccia cap14^ Nella capanna un uomo alto e magro le dava le spalle, stava parlando con un bambino urlante mentre la madre cercava di tenerlo fermo forse per farlo visitare o medicare. L'uomo disse qualcosa al bambino che smise di scalpitare e fece una risatina nervosa. Finì la medicazione e mise giù il bambino arruffandogli i capelli e dandogli un buffetto sulla guancia. Si portò la mano alla fronte spostandosi i capelli dal viso e lentamente si girò verso il punto dove c'era lei. Gli occhi più azzurri che avesse mai visto la stavano fissando increduli... All'improvviso tutto parve fermarsi. Un silenzio innaturale la circondò, nessun cinguettio, nessun suono, nemmeno lo stormire del vento tra le foglie. Sentì il sangue defluire dal suo viso mentre le mani diventavano gelide e le gambe di cenere. Solo gli occhi, enormi, espansi all'infinito, fissi in quello sguardo azzurro come il più azzurro degli oceani, profondo come la caverna più nascosta, incredulo ed intensamente caldo ed emozionato, pieno di amore, dolore, speranza, meraviglia. Immobile, con il cuore impazzito, lo vide pronunciare una frase muta "Vita mia" ed al rallentatore avvicinarsi. Le guance scavate, un accenno di barba, i capelli lunghi, le tempie leggermente imbiancate, pochi passi e fu davanti a lei, le toccò il viso, i capelli, le mani, come se dovesse controllare che quella non fosse solo una visione, una di quelle che tormentavano le sue notti, ed infine la cinse tra le sue braccia. "Arianna, Arianna, Arianna... ma come?" la voce rotta da un'emozione intensa, non riuscì a continuare. Sentiva il suo cuore martellare, lo sentiva tremare e lacrime calde, le sue? quelle di lui? bagnarle il viso. "Roberto!" La baciava forsennatamente, sugli occhi, sui capelli, sulle tempie poi si inginocchiò davanti a lei e cingendole i fianchi appoggiò la testa al suo ventre. Restarono così per un eternità, senza parole, senza respiro, consapevoli solo della presenza dell'altro. Increduli eppure con la sensazione che tutto quello fosse stato scritto e che da qualche parte della loro anima sapevano da sempre che sarebbe accaduto. "Padre Roberto!" una voce perentoria li riportò alla realtà. Arianna fu assalita improvvisamente da milioni di suoni: il rombo di un tuono in lontananza, le voci delle persone che avevano fatto cerchio intorno a loro, il belare di alcune caprette, il ronzio di innumerevoli insetti ed una luce talmente intensa che la fece barcollare. Anche "padre Roberto" si riscosse e lentamente si staccò da lei. "Vieni Arianna, ti presento al capo di questo villaggio e poi ti affiderò ad alcune donne per farti rifocillare. Dopo mi racconterai tutto, non posso credere che tu sia qui" E furono separati, pur non lasciandosi un attimo con lo sguardo. Arianna fu portata alla presenza del capo e di alcuni uomini riuniti in una capanna, Roberto tornò dai suoi pazienti. Fu dolorosa quella separazione ma in fondo per quelle persone Roberto era "padre Roberto" medico e sacerdote e lei una straniera capitata lì per chissà quale ragione! C'erano delle regole da seguire e loro ci si sarebbero attenuti. Ancora in trance Arianna rispose a mille domande di quegli uomini e si stupì oltremodo quando le chiesero che se aveva incontrato un giaguaro sul suo cammino: ma come potevano anche solo immaginarlo? Attonita assentì e notò uno strano fermento ed uno scambio di cenni tra quegli uomini. Finalmente quello strano colloquio ebbe termine e fu accompagnata in una capanna dove trovò frutta fresca, alcune ciambelle di mais ed una ciotola con del latte di capra. Una ragazzina le porse dell'acqua con la quale si rinfrescò il viso e le mani e finalmente uscì e si diresse verso quella che immaginava fosse la medicheria. Non c'era più nessuno in attesa e Roberto stava sistemando degli strumenti e dei medicinali. "Arianna, siediti e ti prego raccontami tutto, dimmi come hai fatto ad arrivare fin qui". Le prese le mani, si sedette di fronte a lei e guardandola negli occhi ascoltò ogni sua parola. Pianse quando Arianna gli raccontò della morte di padre Augustin, la guardò con ammirazione e stupore quando gli parlò della fuga, sorrise agli aneddoti su Juanito e Dolores, aggrottò la fronte preoccupato quando descrisse il suo incontro con il condor ed il giaguaro, ma non proferì parola. La guardava intensamente, le accarezzava piano le dita ed i polsi e spesso il suo sguardo si perdeva sui suoi capelli e sulla sua bocca. Restarono così per ore a ritrovarsi, a riallacciare le trame sfilacciate della loro vita divisa, a colmare spazio e tempo per ritrovarsi ancora lì al tramonto con le teste che quasi si toccavano e le parole che tessevano una ragnatela che li legava indissolubilmete. Quando ebbe finito, Roberto, con voce roca le chiese:"Arianna, perchè?" Guardò quel viso amato, ne seguì i contorni imprimendoli nella sua mente, abbassò lo sguardo e poi guardandolo negli occhi rispose: " Perchè è solo così che so amare, Roberto!" Lo sentì sussultare come se fosse stato colpito da un pugno nello stomaco, gli vide stringere la mascella e chiudere gli occhi e poi lo sentì rilassarsi e finalmente sorridere. Poggiò la sua fronte a quella di lei : "La mia Arianna, indomita, unica, indimenticabile, immensa! Vieni ora, ci stanno aspettando, hanno preparato una festa di benvenuto per te". Nel centro del villaggio un grande falò, le donne vestite con colori sgargianti ridacchiavano eccitate, c'erano dei tamburi e vicino al fuoco un seggio e due sgabelli più bassi. Fu fatta accomodare a destra mentre Roberto si posizionò a sinistra del seggio del capo. I tamburi cominciarono a rullare mentre la pira accesa lanciava scintille verso il cielo. Arrivò il capo bardato di un mantello azzurro e con un bastone sormontato dalla testa di un giaguaro, e, fatto un cenno, diede inizio alla festa. Il rumore era assordante, i tamburi martellanti e le danze le davano una grande euforia mentre il fuoco vicino le faceva ardere le guance. Ogni tanto incrociava lo sguardo di Roberto che le sorrideva e, battendo le mani, seguiva il ritmo dei tamburi. Alcune donne la circondarono e la invitarono ad unirsi alle danze e ridendo Arianna prese a vorticare senza distogliere mai lo sguardo dagli occhi di Roberto. Quando il falò si spense e la luna fu alta nel cielo cominciarono tutti a sciamare verso le loro capanne. Roberto era sparito e dopo essersi guardata intorno, con una punta di delusione, si diresse con alcune donne verso la sua capanna. Ancora vestita crollò sul suo giaciglio ed inaspettattamente si addormentò subito. "Arianna, Arianna, svegliati!" "Ma... cosa?" "Sshhh, vieni con me Arianna e fa piano, voglio farti vedere una cosa" In un istante fu in piedi, infilò gli scarponcini e prendendogli la mano lo seguì nel buio. Ridacchiava, ancora ubriaca di sonno, intontita, ma consapevole di quella mano che stringeva la sua. La luna illuminava il sentiero che usciva dal villaggio, segnandone i contorni con una luce argentea, correvano quasi, incuranti degli ostacoli, i bambini di un tempo, con quella complicità che li aveva sempre caratterizzati. "Arianna, aspetta" le coprì gli occhi con le mani e la guidò per alcuni passi. Avanzava con le mani tese in avanti, sentì il rumore dell'acqua, quasi una melodia, e la voce di Roberto che le sussurrava all'orecchio: "Sei arrivata, questo posto è magico ed ho sempre sognato di mostrartelo!". Gli tolse lentamente le mani dagli occhi cincendola da dietro in un abbraccio. "La Cascata degli Spiriti!" Vista con lui era ancora più bella: la cascata luminescente, le acque argentate, i profumi intensi, le sue braccia intorno alla sua vita ed il suo respiro sul collo. Era estasiata ed al tempo stesso imbarazzata, si sciolse dall'abbraccio e si diresse verso l'acqua liberandosi dai calzoni e dalle scarpe. "Dai Roberto, cosa aspetti? Raggiungimi e vediamo chi arriva prima alla cascata!" e sparì con un tuffo sott'acqua. Dopo poche bracciate la raggiunse e si immersero sotto il getto potente. "Arianna, ti amo!", ma le sue parole si persero nel rombo scrociante dell'acqua. Nuotarono lentamente verso la riva e si issarono sullo scoglio piatto, silenziosi, ognuno apparentemente perso nei propri pensieri o solo nella bellezza dello stare insieme dopo tanto tempo. Una nuvola nera coprì la luna, come un presagio, ed Arianna cominciò a tremare. Roberto si avvicinò a lei, le scostò i capelli dal viso, dolcemente, e la costrinse a girarsi verso di lui: "Arianna, guardami. Sono qui per te, solo per te..." Avvicinò lentamente il viso a quello di lei che chiuse gli occhi e si protese verso quelle labbra amate. Fu un bacio lungo, appassionato, che li lasciò senza fiato. Ma appena si staccarono un desiderio intenso li riavvolse, si baciarono ancora ed ancora, incapaci di staccare le labbra mentre convulsamente si liberavano dei vestiti bagnati. "Fatti guardare Arianna, sei bellissima, quante volte ho sognato di accarezzare le tue spalle, di seguire il contorno della tua pelle con le mie dita, di..." Non lo fece finire, gli chiuse la bocca con la sua, assetata, famelica, impaziente. Gli teneva il viso con le mani, gli mordeva la bocca, cercava la sua lingua. "Mi fai impazzire, mi fai impazzire, mio Dio, Arianna, quanto ti amo e quanto ti desidero..." Si sdraiò mentre lui ne percorreva ogni centimetro con la sua bocca, lo attirò verso di lei accarezzandogli la schiena, gli occhi chiusi, completamente dimentica di tutto che non fossero quelle mani e quella bocca fremente. "Arianna io non ho mai..." Entrare in lei fu come essere attraversato da una scarica elettrica lungo la spina dorsale, il respiro spezzato e la sensazione di essere risucchiato, di non avere altra volontà che continuare a provare quelle sensazioni sconosciute mentre la pelle era attraversata da ondate di brividi. Arianna gemeva e ripeteva il suo nome come un mantra, gli graffiava la schena e gli si allacciava con le gambe come se temesse che potesse scappare via. Ondate di piacere partivano dalla punta dei suoi piedi e si irradiavano fino alla nuca, ogni volta temendo di non riuscire a sopportare oltre ed ogni volta meravigliato perchè la sensazione diventava sempre più intensa. Ad un certo punto Arianna urlò inarcandosi e questo fu come un segnale, un' intensa vibrazione lo trasportò in alto e di colpo lo risucchiò come un vortice in lei ed infine si sciolse in un'ondata di marea che lo svuotò completamente, senza fiato, senza sangue, senza più anima. Si era votato completamente a lei. Lentamente riprese a respirare, quel sordo rantolo che lo aveva accompagnato si trasformò in respiro, il cuore impazzito cominciò a rallentare i battiti e le gambe contratte a rilassarsi. Arianna lo stava guardando e nel suo sguardo lesse così tanto amore da sentirsi annegare. Le baciò la bocca dischiusa, le accarezzò il viso e le sorrise, anzi cominciò a ridere, perchè la gioia che provava, l'appagamento, l'intensa felicità si erano trasformati in una risata liberatoria! "Arianna ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo!" Continuava a guardarla, le sue labbra turgide, gli occhi brillanti, le baciò le fossette del viso e girandosi la fece sdraiare su di lui. Le accarezzava la schiena, le baciava i capelli mentre il respiro di lei gli solleticava il collo. La sua prima ed unica donna, e sarebbe stata l'ultima perchè mai avrebbe potuto amare qualcun'altra. Arianna sentiva le sue mani calde sulla schiena, guardarlo mentre facevano l'amore, meravigliato dall'intensità del suo piacere, le aveva dato una scossa incredibile ed inaspettata, regalandole sensazioni mai provate, si era ritrovata con il viso inondato di lacrime ad urlare il suo nome: Roberto, il suo amore, tra le sue braccia, fuso a lei. "Arianna, ti desidero ancora" e mai notte fu così piena di amore, di passione, di baci, di sospiri, mai paghi, mai sazi l'uno dell'altra. Solo quando il sole fu alto nel cielo si rivestirono e tornarono al villaggio, inebetiti, barcollanti, intensamente felici. Nessuno dei due si era accorto che c'era stato un testimone che li aveva osservati per tutta la notte: due occhi gialli di ambra ne avevano seguito ogni gesto, e solo a giorno inoltrato il magnifico giaguaro con pochi passi sparì nel folto della vegetazione. 评论 (3)
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